martedì 13 settembre 2011

Primo giorno di scuola

Ieri è stato il primo giorno di scuola. Emozionante, caldissimo, sudosissimo. Alle 7, aperti i balconi, ho visto che era grigio e pioveva...Oh, no...ci si mette anche la pioggia a facilitare il tutto...e per tutto intendo l'accompagnamento dei tre pargoli in tre posti distinti. Quest'anno scolastico sarà bello impegnativo sul fronte trasporti. Ma cominciamo:
Sofia, grembiule nero, capelli a caschetto, cerchiello nero, con il suo bello zaino rosa di Minnie (ah, le bambine...!!) mi è sembrata molto tranquilla, serena, calma, almeno in apparenza. Piegata solo dal peso pazzesco dello zaino pieno di quaderni, quadernoni, cartelline, regoli ed accessori vari che mi auguro restino a scuola per la maggior parte del tempo. L'ho vista molto seria e silenziosa, ogni tanto mi mandava un sorrisino come per dirmi "Mamma, è tutto ok, stai tranquilla" a cui io gliene rimandavo un altro pieno di fiducia e orgoglio di mamma), immagino che tuttavia dentro sia stata tutta un esplodere di curiosità verso la sua maestra e i suoi nuovi compagni. Non so se ti avevo accennato al fatto che metà dei suoi compagni sono di origine straniera. Beh, si è seduta vicino ad una carinissima bambina marocchina che sembra tutti adorino (i suoi ex compagni di asilo almeno). Vedremo come saranno gli altri El Hattabi, Hotovic, Waafe, ecc ecc. La maestra mi sembra, dall'accento, nordica, mentre di inglese ha una simpaticissima e ciccissima insegnante siciliana (!!!!).
Ieri è tornata da scuola entusiasta. Della scuola che le hanno fatto visitare in lungo e in largo, delle maestre, delle canzoncine che hanno cantato insieme, della valigetta di cartoncino che hanno realizzato con su scritto "Buon viaggio in...prima!", della ricreazione, ...insomma: di tutto!!!
Poi mi ha detto: "Mamma, sai, questa mattina ero un po' timida, ma domani no, mi sono già abituata!". (Timida è un aggettivo che lei usa secondo me con una valenza semantica allargata: sta a significare tesa, emozionata...)
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Carlamaria invece era scioltissima all'asilo, distacco senza problemi e devo dire che anche per me è stato rassicurante mettere di nuovo piede nella scuola che ormai conosciamo e frequentiamo da ben quattro anni: sembrava di essere a casa.
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L'unico problema della mattinata, inutile dirlo, è stato Nico, il quale mi ha fatto sudare come non mai sotto lo spolverino che avevo prudentemente preso visto il tempo ma che ho stramaledetto tra le 7.45 e le 9.00 di ieri mattina (fino a quando non sono arrivata da mia mamma...prego prendi nota degli orari...ho realizzato che passerà più di un'ora ogni mattina in spostamenti casa-scuole-lavoro). Ha pianto alla scuola perchè anche lui voleva un SUO personale zainetto (al pari delle sorelle), ha pianto all'asilo perchè probabilmente voleva stare LI'anche lui, ha pianto da mia mamma perchè voleva stare con ME.
Un incubo.
Quanto ho amato ieri mattina la mia ritrovata scrivania...

venerdì 15 luglio 2011

Letture degli ultimi tempi

Inizio subito con la rivelazione degli ultimi mesi:
Irene Nemirovsky, scrittrice morta ad Auschwitz nel 1942. Qualcuno l'ha paragonata a Proust.
Scrive in maniera divina. Di lei ho letto finora:
Due
Il Ballo
Il vino della solitudine
David Golder
(ho invece una copia intonsa di Suite francese da portare al mare)
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Su suggerimento di Jenny ho invece scoperto questa primavera Eric-Emmanuel Schmitt (francese):
Concerto in memoria di un angelo
Oscar e la dama in rosa
Il signor Ibrahim e i fiori del corano
Odette Toulemonde
La sognatrice di Ostenda
Tutti libri, per lo più raccolte di racconti, che si leggono d'un fiato. Ironici, scritti con brio, molto acute e illuminanti le descrizioni dei personaggi femminili. Secondo me l'autore è un amante nonchè profondo conoscitore della psiche femminile.
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Di Luigi Guarnieri ho letto Una strana storia d'amore, sulla relazione tra Brahms e la signora Clara Schumann. Noioso. Deludente.
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Stupendo, commovente, riflessivo Prenditi cura di lei, di Kyung-Sook Shin. Un'incredibile storia di madri e figli, narrata genialmente da un punto di vista insolito. Fa guardare le nostre madri con occhi diversi. L'ho regalato alla mia per il suo compleanno.
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Cime tempestose Emily Bronte
L'ho riletto dopo anni qualche settimana fa al mare. Cupo, tragico, fosco, tormentato. No, no grazie...
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L'inverno scorso mi ero data con un'amica alle letture di alcune poetesse dell'est, Marina Cvetaeva e Wislawa Szymborska.
Adesso ho sul comodino Poesie di John Keats e Leggiadra Stella, lettere che Keats scrisse a Fanny Brawne. Queste ultime due letture sono state accese dalla visione dello splendido film di Jane Champion, Bright Star.
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Oggi devo assolutamente finire la rilettura del Piccolo Principe, perchè domani sera voglio portare le bambine a teatro (una compagnia di qui mette in scena uno spettacolo liberamente ispirato all'opera) e glielo voglio raccontare, se non leggere, prima di domani sera....

giovedì 14 luglio 2011

Le domande...

Cara roomie, premetto che per te è quasi impossibile leggere questo post e capirci qualcosa.
Ma devo scriverlo, e ti prometto di raccontarti meglio nel prossimo futuro!
:-)
Ciò che sinteticamente posso dirti subito è che ho trovato il mio strumento musicale e mi cullo in questa molto emozionante avventura.
baci e buon mare

Da quando ho scoperto l'esistenza degli handpan ho sentito il bisogno di condividere entusiasmo e piccole e grandi scoperte di ogni giorno con le persone che mi circondano.
In particolare mi piace portare con me il mio strumento e farlo provare ad amici e parenti. L'approccio delle persone è rivelatore del loro carattere in tanti modi...un po' conferma quello che già penso e so su di loro, ma è sempre interessante vedere le prime reazioni.
E le domande che più si ripetono e che più mi fanno pensare sono quelle qui sotto. Con le risposte che sento nel cuore ma non dico a voce alta perché non voglio offendere o spazientire chi mi sta davanti!

Ma come si suona?
Come vuoi tu. Non c'è un modo giusto o uno sbagliato. (E qui in genere l'interlocutore tace, non molto convinto)
È vero che la scarsa capacità ritmica può rendere più noioso il tuo stile o farti sentire una certa frustrazione. Ma non significa che tu non possa suonare da subito, quanto piuttosto che devi man mano perfezionarti.

Hai iniziato a prendere lezioni?
Assolutamente no. Intanto perché non c'è proprio nessuno che me le possa dare. In tutta la Sicilia ci sono, che io sappia, altre due persone che suonano un handpan, nessuno dei due è un insegnante. E poi perché, anche se ci fosse qualcuno pronto a darmi lezioni, la sola idea di fare un'ora di lezione alla settimana, con esercizi per casa e tutto il resto mi fa accapponare la pelle! Voglio imparare e crescere con il mio strumento ma voglio farlo con i miei tempi e i miei modi, giorno dopo giorno. E penso anche che non esista miglior maestro del mio strumento.

Devi farlo vedere a qualcuno...qualcuno che ne capisca qualcosa...un percussionista professionista...
Questa è la migliore perché mi verrebbe sempre da rispondere: perché, è malato?!
Non sento il bisogno di un imprimatur, che qualcuno mi dica che il mio strumento ha una dignità musicale...è il mio strumento ed il parere dell'esperto sinceramente lascia il tempo che trova!

Ma non esistono spartiti, composizioni... come fai a studiarlo?
È incredibilmente liberatorio studiare uno strumento per il quale non esiste un canone.
Niente spartiti, niente cose già pronte da imparare. Nessuna strada segnata che sia anche una gabbia.

Come siamo tutti spaventati dalla musica. Come crediamo che si possa studiare solo all'interno di una struttura, conservatorio o scuola, che ci dia il diritto di produrre note e ritmi.
Eppure il poeta non chiede il permesso a nessuno prima di iniziare a scrivere.
Le parole sono già sue - e di ognuno di noi. Le parole sono dentro di lui. Quelle precise parole in un preciso momento può scriverle solo lui - o lei :-)
Ma anche le note e i ritmi sono dentro di noi! Un mondo di musica si crea dentro ognuno...viene dall'esperienza, dall'umore, da migliaia di fattori culturali e soggettivi, che quando si incontrano in un preciso luogo e momento producono la musica più bella del mondo - la tua.
Ma sinché non ci sentiamo "autorizzati" ad esprimerla, sinché pensiamo che sia necessario studiare anni e anni per avere il diritto di emettere una nota, questa musica resterà silenziosa e nascosta persino a noi stessi. Saremo al massimo capaci di diventare buoni ascoltatori della musica degli altri. Che è importantissima e non potrei mai rinunciarci. Ma resta un'altra cosa.
Ora che ogni giorno ho un appuntamento con il mio strumento mi siedo comoda con un gran sorriso interiore mentre mi chiedo dove mi porterà questo incontro. Apro bene le orecchie, sento la vibrazione, ascolto le pause e le note e osservo come ad un diverso tocco corrisponde un diverso suono. Non ho un pubblico. Non ho un maestro. Suono per me stessa. Improvviso e mi lascio andare alla musica cercando di staccarmi da una razionalità talvolta eccessiva.
Cerco qualcosa di intimamente mio, e ogni volta lo ritrovo. Il mio strumento mi ha restituito il piacere di essere musicale - un po' come quando da bambini canticchiamo senza capo ne' coda e la cosa ci piace, ci fa sentire bene. Che esperienza, roomie
:-)))

mercoledì 22 giugno 2011

Off line estivo

Roo, tutto bene? Non ti ho più sentita dalle selezioni duinesi, spero tu sia uscita dignitosamente dall'empasse diplomatico con il nostro coanno cinese...Per quanto mi riguarda, dopo una settimana al mare con una cara amica e le sue due bambine, sono rientrata al lavoro e alla quotidianità, ma con la prospettiva, dai primi di luglio, di ritrasferirmi nell'appartamento al mare per trascorrerci gran parte dell'estate. Non è da noi scegliere di fare una vacanza così, ma quest'anno abbiamo optato per affittare una casa soprattutto (anzi, eslcusivamente) per i bambini. E' abbastanza grande per permetterci di avere ospiti, quindi amichetti, zia, nonna, genitori di amichetti, ecc.ecc. Insomma, c'è sempre un gran via vai. A parte quando è venuta Maira, in cui me la sono comunque (nonostante cinque bambini da accudire giorno e sotte, intendo) passata bene (seratine a leggere, bere birra fresca, fumare una sigaretta in terrazza ciacolando (!!!!) per il resto la compagnia è e sarà abbastanza noiosa e so già che mi annoierò terribilmente e a fine estate non sopporterò più queste terribili cittadine balneari. Cercherò di compensare con qualche buona lettura...e magari qualche buon film. Consigli? ;-)

Ah, dimenticavo di darti la news...Anna Zanghellini aspetta il quinto figlio!! La famiglia Collins al completo sarà da noi probabilmente per qualche giorno intorno a ferragosto.

Latiterò dal blog per un bel po', credo, dal momento che al mare sono completamente off line!

baci e buona estate!!

martedì 31 maggio 2011

Multitasking, disoccupazione giovanile, giardino d'infanzia

Non sono una fun del multitasking. Anche se va molto di moda e spacciata come abilità di cui andar fieri. Sebbene in via di principio io possa apprezzare la capacità nelle persone di eseguire contemporaneamente più compiti, poi mi capita di verificare come nella realtà sia molto difficile riuscire ad eseguire con la dovuta precisione e diligenza quegli stessi incombenti. Sebbene in astratto non possa che apprezzare la versatilità e la capacità di adattamento ai ruoli più diversi, in concreto osservo sempre più spesso che questo prestarsi a fare più cose, questo ostinarsi talvolta a seguirne contemporaneamente più d’una, inevitabilmente conduce ad una caduta della qualità nel lavoro. E questo semplicemente per il fatto che non è possibile mantenere su più piani contemporaneamente lo stesso livello di concentrazione. Fra due attività devo scegliere quale privilegiare, a quale delle due dedicare maggiormente la mia attenzione. E comunque, agendo io su più livelli, non potrò mai conservare la concentrazione al massimo: la devo necessariamente dividere. E ogni divisione comporta una perdita, e ogni perdita una mancanza di qualità.
Si dice che le donne siano naturalmente più multitasking degli uomini. Avranno fatto anche degli studi, non lo so, non me intendo. A me sembra che l’essere multitasking sia più il frutto di una necessità, di un non poter fare altrimenti, per mancanza di aiuti, per mancanza di tempo. Personalmente constato che se devo occuparmi di un bambino piccolo mi è materialmente impossibile svolgere le faccende di casa, anche solo cucinare. Lo devo fare, spesso, per necessità, ma il risultato è che il tempo trascorso con il bambino è di scarsa qualità e il più delle volte quel che cucino è o bruciato, o senza sale, o stracotto. E lo stesso ragionamento lo posso applicare anche alle attività che mi trovo a dover svolgere al lavoro o nel tempo libero. Se affronto una cosa per volta il risultato sarà molto buono, talvolta eccellente. Se invece sparpaglio il mio pensiero e le mie energie su più piani, anche se alla fine dovessi riuscire a portare tutto a termine, la qualità del lavoro sarebbe mediocre.
Sento alla televisione un rapporto sull’elevato tasso di disoccupazione dei giovani italiani. Poi sento anche dire che i giovani italiani che hanno studiato e decidono di lasciare il paese per trovare il lavoro sognato all’estero hanno grandi soddisfazioni e incontrano il riconoscimento che in patria viene loro negato. In buona sostanza in Italia si allevano egregiamente cavalli di razza ma non li si fa gareggiare. Si tengono nelle scuderie a deprimersi, ad assistere a tornei da cui sono esclusi e in cui vedono correre costantemente i loro predecessori, ben contenti di non lasciare l’arena.

Se a qualcuno non piace la metafora dell’allevamento equino, in quanto dal sapore troppo competitivo e disumanizzante, il concetto si può esprimere in altre parole: siamo il più grande ed efficiente giardino d’infanzia d’Europa. Cresciamo giovani intellettualmente brillanti, pieni di capacità ed inventiva, che presto si imbarcheranno su un aereo e ci saluteranno dal finestrino. Bye-bye Italia, spicchiamo il volo verso altri lidi, qui ci è impedito volare.
Cosa c’entra il multitasking con il giardino d’infanzia e la disoccupazione giovanile?

C’entra.

Una persona che mi è molto vicina mi ha fatto notare recentemente un fatto.

Vi è in Italia un proliferare di cariche e incarichi pubblici, semi pubblici e privati che vengono spartiti tra poche persone, per la stramaggioranza di casi ormai persone di una certa età e raramente con un cursus honorum confacente al posto ricoperto. Sindaci che sono anche nel consiglio di amministrazione della tal azienda pubblica, professori che sono presidenti della tal altra azienda e via discorrendo. Così vi sono migliaia di persone che ricoprono decine di cariche (dopo la prima tutte le altre assegnate perché già si è, prestigiosamente, da qualche parte) e che sono presenti ovunque come il prezzemolo.

Ma, mi chiedo, come fanno a seguire diligentemente tutti gli enti cui appartengono?

Come fanno a dedicare loro tutta la loro concentrazione, la loro sapienza, il loro impegno?

La giornata è pur fatta di ventiquattr’ore per tutti.

Non essendoci né superman né wonderwoman, lo capisce chiunque che alla fine questi incarichi si risolvono in qualcosa di esclusivamente formale, cui però, guarda caso, corrisponde spessissimo anche un compenso in moneta sonante. E compenso più compenso più compenso…alla fine si creano quelle odiose rendite di posizione che oggi per un giovane che si affaccia al mondo del lavoro è impossibile scalfire.

Così, partendo dal privato, da considerazioni se volete anche di psicologia spicciola, sono giunta a considerazioni di natura sociologica. Perché questo attaccamento gerontocratico ai posti di lavoro? Perché non si rinuncia ad una poltrona in un ente pubblico che ha bisogno di far quadrare i conti e di essere efficiente sul piano dei servizi erogati al cittadino e non la si affida ad un giovane capace laureato in economia? E’ solo un esempio, ma tanti altri se ne potrebbero trovare. Chi ci guadagnerebbe? I giovani, intanto, perché troverebbero un lavoro e potrebbero realizzarsi. E poi l’Italia, la quale verrebbe guidata dal sapere e dalla competenza, beni tanto agognati ma mai così bistrattati. Una cosa è certa: alla fine il multitasking mi è ancora più antipatico di quanto già non lo fosse quando ho iniziato a scrivere.

domenica 22 maggio 2011

Ehi roomie!

Cara, quante cose mi scrivi! Mi ero distratta e quindi ho letto i tuoi 3 ultimi interventi in una volta sola. Non riesco a ricordare Annalisa, anche se probabilmente l'avrò conosciuta anch'io.
Mi sembra molto bella la vostra esperienza di organizzatrici di conferenze e poi tu presentatrice di concerto...wow!!
I miei massimi complimenti.
Avrei voluto esserci!

Non solo un po' di letteratura ci vuole ogni giorno, anche un po' di musica, un po' di arti figurative, un po' di danza...
La cultura è linfa vitale che ci permette di non diventare automi, di non perdere l'innocenza e la fantasia e la voglia di fare...
Ma lo sai meglio di me.

E riguardo al non far fuggire i pensieri, ti racconto un fatto piccolo piccolo avvenuto nel mio ufficio venerdì, che se non lo scrivo qui andrà certamente perso.
In questo periodo meno "pressante" per noi (pochi spettacoli, attività per le scuole finite) abbiamo più tempo per pensare ad altre cose ed esplorare i nostri desideri, cercare di capire "dove" vogliamo andare e per fare cosa... sempre più avverto il mio lavoro anche come una grande responsabilità nei confronti di tutta la città e non solo. Siamo sempre meno a teatro, tanti vanno in pensione e nessuna nuova assunzione è possibile, quindi per mantenere vivo e condiviso il patrimonio culturale che il nostro Teatro rappresenta dobbiamo aprirci alle proposte esterne e avere noi sempre più idee - con la premessa sempre valida che non ci sono MAI fondi per fare qualunque cosa di culturale noi vogliamo fare... quindi è tutto sulle nostre spalle. Ma è bello crederci comunque, e forse anche di più.
La signora che era stata a capo della biblioteca negli ultimi 30 anni è andata in pensione e sul nostro ufficio si è riversata la responsabilità di questo settore, quindi stiamo facendo ricognizione di quello che abbiamo (libri, manifesti, foto storiche, videoregistrazioni, sculture, quadri e chi più ne più ne metta!) e stiamo progettando la digitalizzazione di tanti materiali che, se aspettiamo ancora un po', verranno certamente mangiati dalle tarme e spariranno per sempre. Su mia proposta abbiamo iniziato a fare le scansioni e la catalogazione degli articoli di rassegna stampa presenti in magazzino - abbiamo iniziato con il 1949 e in una settimana di lavoro paziente io e la mia collega abbiamo archiviato in digitale circa 300 articoli dal 49 al 57. È proprio la goccia d'acqua sul becco del colibrì, ma mi da una grande soddisfazione!!
Nel frattempo stiamo seguendo due tesiste che faranno dei lavori sul nostro teatro, una sulla storia del corpo di ballo, e un'altra sul restauro dei costumi storici (in particolare due costumi molto belli degli anni '50 dall'opera I puritani di Bellini). Quindi per la prima volta in anni i magazzini della biblioteca sono molto vivi, anche troppo!, per le nostre bonarie incursioni alla ricerca di materiali vari. Ed eccoci al mio aneddoto.
Venerdì 20 maggio il mio collega Alfio è riemerso dai magazzini tutto impolverato con una strana luce negli occhi. Aveva ritrovato il libretto di lavoro di una signora che ha cantato nel coro del Teatro sino al 1944. Si chiamava Rosa, era nata nel 1897, anno di apertura del nostro Teatro...esattamente il 20 maggio!! Ci siamo commossi tutti per questa strana coincidenza e abbiamo mandato un saluto affettuoso alla signora Rosa, che oggi sarebbe ultracentenaria, e che in un giorno di maggio, con le parole di Alfio "si è fatta ritrovare".
:-)

giovedì 19 maggio 2011

Colibrì

Voglio raccontarti un piccolo episodio, accaduto la sera del 29 aprile scorso, al termine dell'incontro sull'inquinamento e la salute dei bambini, organizzato con il Dott. Giacomo Toffol, pediatra di Pederobba e membro ACP (Associazione Culturale Pediatri). Una persona stupenda, che da circa un anno ci segue da lontano con il progetto della Stanza, offrendoci la sua competenza, il suo entusiasmo e il suo ottimismo.
Quando è giunto il momento dei saluti quella sera, oltre a complimentarmi con lui per il suo intervento, mi dolevo del fatto che l’uditorio fosse alla fin fine piuttosto scarno. Lui, da gran signore, ci ha ringraziate dell’invito, dicendo (spero non solo per cortesia nei nostri confronti) che per essere un piccolo paese, per la particolarità del tema affrontato, venti persone erano in fin dei conti un bel numero. Aggiungeva di essere abituato a numeri anche più bassi. Beh, forse aveva ragione, tutto è in fondo relativo.

Ma la consolazione più grande è stata la storiella che ci ha raccontato accomiatandosi.

La sapete quella del colibrì?, ci fa, mentre si sistema la tracolla del portatile sulla spalla.

Beh, veramente no…

Allora, con gli occhi sorridenti, attacca:

Nella savana era scoppiato un incendio e tutti gli animali si sono messi a correre per mettersi in salvo. Il leone, le zebre, gli elefanti, tutti corrono nella stessa direzione, allontanandosi dalle fiamme che stanno ormai divampando e distruggendo tutto ciò che incontrano sulla loro strada.

Ad un certo punto il leone vede un piccolo colibrì che gli viene incontro: sta volando nella direzione opposta a tutti gli altri.

Gli chiede: "Perché stai andando da quella parte? Non vedi che sta arrivando l’incendio?"

E il piccolo colibrì gli risponde: "Vedi cosa ho qui nel mio becco, io porto la mia goccia d’acqua".
Nei momenti di frustrazione, quando ci lasciamo prendere dallo sconforto, dal pensiero che quanto facciamo, mossi dalla passione, dalle nostre più profonde convinzioni, sia inutile o lasci ben poca traccia, può essere bello ricordare questa storiella e immaginare di essere come quel colibrì…
Perché, come recita un antico detto cinese, che ho letto nel libro Bebè a costo zero della nostra amica Giorgia,


Molte piccole cose,

fatte da molta piccola gente,

in molti piccoli luoghi,

possono cambiare la faccia della terra.


A proposito, venrdì scorso in ludoteca è venuta fuori un’idea meravigliosa di una nostra amica mamma sud coreana. Timida timida, con quell’elegante e raffinato modo di parlare che hanno gli orientali, si rivolge a noi e ci dice nel suo italiano un po’ stentato ma chiaro: “Mi è piaciuta molto la conferenza. Voi avete letto il libro? Io ancora no, ma ho trovato molto interessante gli argomenti trattati. Ho pensato che potrei tradurlo in coreano”.
Non avevo parole, mi è sembrata una cosa bellissima, che certi semi lanciati qui possano arrivare lontano, grazie alla volenterosità di una donna…
A breve organizzeremo una serata tra poche “intime”, intitolata “Oriente…a tavola”. Daj Jin, sud coreana, ci preparerà ed insegnerà a cucinare alcuni piatti tipici del suo paese. Non ti ricorda qualcosa tutto questo, Roomie? Le serate per paese che si organizzavano al Collegio, il Cook Book dell’UWCAD che ho riaperto tra l’altro qualche giorno fa…
Beh, credo sia bello pensare che gli stimoli e gli influssi del Collegio possano anche scorrere per anni sottoterra, come i fiumi carsici, e poi riaffiorare in superficie a distanza di anni…

martedì 17 maggio 2011

Un po' ogni giorno

Qualche settimana fa ho rivisto Annalisa Buoro, nostra zero anno originaria di Treviso, che ora vive in Turchia, a Izmir (Smirne). Era in Italia per una decina di giorni, con il marito Luca, originario di un paese sul Lago di Garda, e i due piccoli, Niccolò di quattro anni e Silvia, di quattro mesi. Siamo usciti a pranzo ed è stato veramente bello ritrovarsi, per noi, e conoscersi, per i nostri rispettivi mariti. Sono una bella coppia, serena, attiva, molto curiosa, piena di interessi. Ci siamo lasciati con un invito a raggiungerli in Turchia, invito che non so quando mai potrò onorare, spero prima che si trasferiscano nuovamente. In regalo mi ha portato un libro di Orhan Pamuk: Altri colori. Quando i sono avvicinata a Neve di Pamuk non l’ho trovato entusiasmante, mi sembra di fare molta difficoltà a comprenderlo, mi sembra tanto lontano, come cultura, modo di pensare, di scrivere. E sì che è un premio Nobel…Comunque ho iniziato a leggere questa raccolta di scritti, brevi saggi, articoli, sui temi più disparati. Mi ha colpito, tra le altre, una frase: Perché io sia felice è necessario che ogni giorno mi occupi un po’ di letteratura.
E poi ancora: L’aspetto più bello del mestiere dello scrittore, se sei un autore creativo, è poterti dimenticare del mondo come fa un bambino, sentirti leggero mentre giochi felice, trastullarti con le regole del mondo come fossero giocattoli e nel frattempo sentire l’esistenza di una profonda responsabilità dietro questa infantile e libera gioia che più tardi avvolgerà completamente i lettori. Si può giocare tutto il giorno, ma sentirsi molto più seri di chiunque altro. Prendere sul serio l’essenza e l’immediatezza della vita con un’ingenuità propria dei bambini. Quando stabilisci con coraggio le regole del gioco che tu stesso organizzi, puoi sentire che i lettori saranno attratti dal fascino del tuo linguaggio, delle tue frasi e della tua storia e così ti seguiranno. Il mestiere di scrivere è la capacità di far dire al lettore: “L’avrei detto anch’io, ma non sono riuscito ad essere così bambino”.
In queste settimane, ma in verità un po’ sempre, mi è dispiaciuto non potermi dedicare al mio diario/blog come avrei voluto. Trascrivendo i preziosi istanti dell’essere, trattenendo le emozioni del giorno, incidendo nella memoria aneddoti, dialoghi, incontri vissuti. C’è sempre uno scarto tra vita vissuta e vita narrata…Però a me pare che scrivendo della vita, le si dia in un certo quale modo un significato ulteriore, o forse le si restituisce solo un senso, il senso che lì per lì ci era sfuggito…Quanti pensieri avuti durante la giornata volano via e non torneranno mai più…talvolta annoto le idee che mi vengono, ma sono per lo più pazze idee di cose che vorrei organizzare…ma di questo fermento non rimane traccia, e un po’ me ne dispiace. Poi c’è il desiderio di leggere, e passano giornate senza che io sia riuscita ad aprire un libro. Per molte persone questo non costituirebbe un cruccio, lo so, ma per noi abituate così, amanti della parola scritta, curiose di sapere, affascinate dalle storie e da chi le scrive, la lettura è un balsamo, no direi di più, cibo, nutrimento per l’anima…Perché, come Pamuk, anch’io per essere felice avrei bisogno di poter scrivere e di poter leggere un po’ ogni giorno…

venerdì 13 maggio 2011

Riassunto puntate precedenti

Cara Roomie,
in questo momento sto scrivendo con i capelli cosparsi ed imbevuti da una magica e puzzolente schiuma trattante…eh, eh, lo avrai intuito…abbiamo i pidocchi!! Ebbene, sì, questi parassiti disgustosi sono ritornati ad infestare i nostri cuoi capelluti e da un mese sto provando di tutto…purtroppo le lozioni naturali non hanno sortito effetto così’ stamane sono entrata in farmacia, mio malgrado, ed ho chiesto una lozione “risolutrice”. Poi, lo prometto, da ora in avanti, sempre ultimo risciacquo dei capelli con aceto (di mele). Pare funzioni come prevenzione.
Bene, dopo questa apertura in cui ho provveduto a informarti dello stato di salute della mia testa “esterna” passo ad argomenti più seri, o almeno apparentemente tali, visto che ti assicuro, quando cominci a grattarti per giorni, non c’è argomento più serio…
Queste ultime settimane sono state molto intense, frenetiche direi quasi. Mi sono piaciute per le cose fatte, le persone incontrate, i risultati ottenuti. Ma non mi è piaciuta la frenesia, il non aver avuto il tempo neanche per assaporare le cose. Mi chiedo come facciano certe persone importanti, con l’agenda zeppa di appuntamenti, a stare dietro fisicamente e mentalmente a tutti gli impegni, a metabolizzarli, a comprenderli. Forse devi avere semplicemente una cornice di vita tranquilla, un certo agio di fondo, che ti permetta di delegare ad altri tutte le piccole incombenze quotidiane, tutti i fastidi derivanti dalla conduzione domestica e familiare, e così riservarti il tempo solo per il lavorare, le cose che ami, lo stare serenamente creativamente con i tuoi figli. Tornando alla concretezza, ti faccio, come si usa dire, un riassunto delle puntate precedenti. L’ultima volta ti avevo scritto del corso di teatro per bambini. Bene, concluso quello, la stessa giornata, è iniziato il percorso degli incontri dedicati ai genitori della fascia 0-36 mesi e la sera era la volta dell’esibizione canora del coro di Trevignano, che ha proposto musiche e canzoni di Verdi, Bellini, Beethoven sul tema dell’unità d’Italia. Quella serata era stata organizzata dal Centro studi e Promozione Sociale Il Filo d’Arianna, associazione di cui faccio parte e a cui collaboro attivamente per l’organizzazione di eventi culturali nel nostro paese. Quella sera toccava a me presentare lo spettacolo. Quindi, oltre ad aver scritto il discorso, ho dovuto anche rompere il ghiaccio e affrontare un pubblico abbastanza numeroso da sopra un palco…cosa per me inconsueta e niente affatto facile. Ero tremendamente emozionata e si è pure visto. Comunque è stata la prova del fuoco: quella esperienza mi ha aiutata a sbloccarmi, ad essere più confidente con un microfono in mano e non credo la prossima volta sarò così timorosa. Tutto è una questione di esperienza.
Prima di quella sera mi ero vista diverse volte i video da te consigliati di Sarah Kay, quelli in cui parla della sua Spoken Poetry…Inglese a parte, mi è sembrata molto brava lei, accattivante, una tipa che contagia entusiasmo e amore per la letteratura e che conquista il suo pubblico. Qui potrei aprire un’altra parentesi, perché con Antonella, l’insegnante di teatro, che da alcuni anni porta avanti un progetto di lettura animata per bambini ed adulti qui in zona, siamo quasi in dirittura d’arrivo per costituire finalmente l’associazione Voci in viaggio (tuttora presente come gruppo spontaneo, associazione informale), al cui interno si andrebbe ad inserire anche l’attività che facciamo con le mamme in ludoteca sotto il nome di Una stanza per sé. Ma torniamo agli incontri per genitori…Il Comune ci ha dato carta bianca per scegliere tematiche, contattare relatori, decidere date e orari. Il programma era a mio parere bellissimo, stimolante ed originale: il primo incontro affrontava la relazione con il papà ed era tenuto da una psicologa della zona (sono venuti si e no dieci papà, Riccardo compreso); il secondo l’inquinamento e la salute dei bambini, parlava il pediatra Giacomo Toffol dell’ACP (Associazione Culturale Pediatri), persona estremamente in gamba, ottimo relatore, molto preparato e competente. Quel venerdì sera eravamo in venti. Tra l’altro abbiamo rischiato che saltasse l’incontro perché la sala conferenze quella sera era praticamente al buio a causa di un blak out generale del centro sociale…Non ti dico l’imbarazzo, io fuori con il relatore, un paio di sparute mamme arrivate lì puntuali, poverine, e un’assessore totalmente incapace di risolvere la situazione e di trovare un luogo alternativo (tant’è che presa dalla disperazione e visto l’esiguo numero dei partecipanti ero arrivata addirittura a proporre di trasferirci tutti a casa mia e di farci una bella chiacchierata in salotto…). Poi però nel frattempo qualche buon uomo ha compreso l’origine del guasto e ha fatto in modo di ridarci la corrente. Risultato: conferenza iniziata in ritardo e col pubblico dimensionato come ti ho detto sopra. Unica consolazione: erano tutte persone molto motivate, che hanno fatto domande interessanti ed intelligenti fino alle undici e nessuno se n’è andato prima.
Il terzo ed ultimo incontro si è tenuto sabato scorso alle cinque. Vista l’affluenza ai primi due appuntamenti abbiamo fatto pubblicità selvaggia. Quando dico “abbiamo” mi riferisco alle solite tre persone della Stanza. Abbiamo telefonato, inviato sms, mail al mondo. Con trepidazione ci siamo recate in ludoteca quel pomeriggio e quando abbiamo visto arrivare frotte, sì sì frotte di mamme col pancione, non stavamo più nella pelle dalla gioia. Il tema era: Bebè a costo zero. Relatrice l’autrice dell’omonimo libro, Giorgia Cozza, venuta niente poco di meno che da Sondrio per noi, con la sua numerosa famiglia al seguito. Non ti dico alla sera, quando tutto era finito, compreso l’aperitivo che avevamo preparato (confidando che quando c’è da bere e da mangiare la gente si muove, ahimè, più volentieri..), quale sospiro di sollievo ho tirato. Ci siamo spremute il sangue per questi incontri, non abbiamo avuto nessun supporto (per la pubblicità, la comunicazione) dall’amministrazione, tutto ci sembrava ricadere sulle nostre spalle. Ho omesso di dire che il nostro lavoro non era ovviamente pagato? Beh, te lo sottolineo adesso: tutto a titolo di puro volontariato.
Non credo lo rifarò mai più.
(fine prima parte)

mercoledì 27 aprile 2011

Il sempre mitico Gramellini...

Ciao roomie, ti riporto l'articolo di Gramellini di oggi che trovo commovente e molto vicino ai miei complicati sentimenti di questi giorni.
[Articolo originale]

Senza copione

Chiunque preferisca gli umili agli infallibili sarà rimasto colpito dal dialogo televisivo fra il Papa e la bimba giapponese che gli chiedeva conto del terremoto. «Perché i bambini devono avere tanta tristezza?», domandava la piccola, dando fiato a un tarlo che non trova risposte nella ragione, ma solo in quella che le Chiese chiamano fede e gli psicanalisti junghiani intuizione. Il Papa avrebbe potuto rispondere come quel cattolico saputello e fanatico del Cnr, che a proposito dello tsunami aveva tirato in ballo il castigo di Dio. Invece se n’è uscito con un’ammissione di impotenza dotata di straordinaria potenza: «Non abbiamo le risposte.

Però un giorno potremo capire tutto». Per il niente che vale, la penso (anzi, la sento) come lui. Mi sono sempre immaginato la vita come un film di Woody Allen, dove gli attori recitano le scene senza che il regista mostri loro l’intero copione. Solo al termine delle riprese vengono ammessi in sala montaggio e finalmente comprendono il motivo per cui si erano baciati o presi a schiaffi.

Per tutta la vita ci sentiamo sballottare da eventi che non afferriamo e siamo pervasi da un senso di inadeguatezza, come se ogni cosa sfuggisse al nostro controllo e il cinismo rappresentasse l’unico antidoto allo smarrimento. Ma appena diamo tregua al cervello e inneschiamo il cuore, sentiamo che tutto ciò che d’incomprensibile ci succede contiene un significato. E il fatto di trovarci al buio non significa che la stanza sia vuota, ma solo che bisogna aspettare che si accenda la luce.

martedì 26 aprile 2011

...Chiara...

Benvenuta piccolina!
:-)

domenica 17 aprile 2011

eleonora, e chiara

Cosa pensare in una giornata come ieri?
Alle 8.30 di mattina una telefonata attesa ma non per questo meno dolorosa. Eleonora, la zia di Marco che per me è stata un esempio e un punto di riferimento in questi anni, la donna di 55 anni che nella fase terminale della sua battaglia col cancro era più viva del novanta per cento delle persone che conosco, si è spenta nella notte.
Mia sorella invece è in ospedale e la piccola Chiara arriva nel nostro brutto mondo verso mezzanotte, piccolissima, tenerissima nelle foto che mio cognato mi manda praticamente in tempo reale.
una vita finisce, una vita inizia, e il tumulto di pensieri ed emozioni è tale che non so neanche cosa scrivere.
Una giornata che non credo dimenticherò tanto presto...
baci roomie

martedì 12 aprile 2011

come inserire un video

Vai sul video in Youtube. Sotto il video ci sono diversi pulsanti:
Like - Add to - Share - Embed.
Selezioni quest'ultimo (Embed), ti appariranno delle linee di codice html, selezioni tutti e copi.
A questo punto dovrai incollare queste linee nella pagina su cui vuoi lavorare, però in Html.
Se lavori su Blogger, come qui con il nostro blog, devi aprire la pagina in Html (in alto a destra, a lato del titolo del post, trovi "Modifica html": selezioni quello, incolli, poi torni alla modalità normale "Scrivi"). Spero sia tutto chiaro, qui sotto ho incollato un video di Alice per esempio
:-)
baci

venerdì 8 aprile 2011

Amore per il teatro

Cara Roomie, non so quando avrò mai un po' di tempo tranquillo per scrivere, perciò mi decido a scrivere due righe in velocità per tenerti informata di quanto succede qui.

Prima di tutto volevo dirti che mi dispiace per la vicenda riguardante il Tuo teatro, quanto sta accadendo in questi tempi alla cultura nel nostro Paese è veramente brutto, frutto di tagli indiscriminati e insensati (solo chi non ha cultura può tagliare alla cultura...). Spero vivamente che la vostra attività di programmazione possa procedere brillantemente come l'avete portata avanti finora e che soprattutto non vi venga meno l'entusiasmo. Anche perchè...ormai le mie bambine crescono e cominciano ad avere un'età per cui riescono ad apprezzare il teatro, la danza, il canto...che occasione migliore per loro che organizzrae una gita siciliana e portarle in un grande e famoso teatro?

Per ora cominciamo con piccole cose, in teatri di provincia: uno splendido musical di Re Leone messo in scena da una giovane compagnia di Genova (le bimbe sono rimaste affascinate e tramortite...a distanza di mesi lo ricordano ancora ed essendo stata la loro prima teatrale in assoluto rimarrà credo per sempre nella loro mente come termine di confronto per tutte le opere che verranno), Il gatto con gli stivali, La regina delle nevi, uno spettacolo su Gianni Rodari (questo piaciuto meno, perchè in effetti era un po' difficile e forse più adatto a ragazzini delle scuole primarie).

Ma la cosa più bella è che hanno iniziato un laboratorio di teatro di quattro sabati consecutivi per bambini della loro età (5-6 anni). L'idea mi era venuta parlando con un'amica romana la cui figlia, Emma, fa un corso opzionale di teatro all'asilo e mi diceva che era proprio entusiasta. Allora ho contattato un'altra amica di qui, Antonella, che con il gruppo Voci in viaggio fa letture ad alta voce per grandi e piccini e lei stessa fa teatro a livello amatoriale. Le ho proposto di mettere su questo laboratorio e lei ha accettato con enorme entusiasmo. Nel giro di un mese e mezzo abbiamo preso contatti con la Parrocchia, trovata la sede, trovato l'associazione che ci garantiva la copertura assicurativa, fatto la pubblicità a scuola e...partiti!!! L'iniziativa ha riscosso subito molto successo, si sono iscritti 16 bambini e c'era pure la lista d'attesa. Sono molto soddisfatta di essere riuscita a far partire questo corso, cosa che ho fatto soprattutto per le mie bambine s'intende, perchè credo che per loro sia una bella opportunità e se germoglierà in loro una vera passione potremmo anche pensare in futuro di organizzare un corso che duri tutto l'anno e magari, crescendo anche loro nel frattempo, creare una compagnia di piccolissimi...

Ultima cosa: sabato scorso le ho portate a vedere la prova generale di uno spettacolo di danza contemporanea. Il tema erano le stagioni e ovviamente la musica erano Le quattro stagioni di Vivaldi. Non ti dico come erano attratte dalle ballerine, dalle loro movenze, dai loro gesti...quando sono uscite si sono messe con l'amica che ci ha accompagnato a fare la loro personale performace lungo la strada...e le macchine si fermavano a guardarle!!! Poi una volta a casa abbiamo recuperato il cd di Vivaldi e...via con la musica e la danza!!

Ti lascio il sito di questa bravissima artista:http://www.silviabugno.com/

mercoledì 6 aprile 2011

Sembra Jenny...

...ed è bellissimo sentirla parlare!
Mi sono emozionata molto. Guarda, roomie...

domenica 3 aprile 2011

Segnali di vita...

Cara roomie,
prima di farti preoccupare e di indurti a prendere un aereo di gran fretta per vedere se sono ancora viva ti lancio un segnale di fumo.
Sono qui, ti leggo e anzi sono felicissima che tu sia tornata a condividere i tuoi pensieri con me.
Per me questo è un periodo di introspezione mista a stanchezza e non mi viene facile scrivere. Però tu mi sproni a farlo e spero pian piano di riacquistare una presenza e un "ritmo" paragonabili ai tuoi!
:-)

Come mi sembra di averti accennato al telefono qualche tempo fa, gli ultimi mesi sono stati ingrigiti dallo spettro del dolore per la malattia di una cugina e una zia di Marco alle quali voglio moltissimo bene e che, relativamente giovani (42 e 55 anni) si trovano a combattere contro il cancro, con tutte le difficoltà che puoi immaginare. È un po' come se il loro stare male, sebbene con forza, coraggio e carattere notevoli in entrambi i casi, avesse davvero cambiato il colore dei miei pensieri in questi mesi, obbligandomi alle domande filosofiche sul chi siamo e dove stiamo andando che per un'agnostica come me non hanno mai risposte definite ne' tantomeno definitive.
A questo si è unito un momento di crisi fortissima della cultura in Italia, con tagli dei fondi tali che sino a 10 giorni fa la prospettiva del mio teatro era fare gli ultimi spettacoli a maggio, continuare a pagare gli stipendi, ma senza produzione artistica, sino a dicembre, e poi chiudere.
Ora sappiamo che comunque qualcuno degli spettacoli previsti dovrà saltare, ma il tutto è meno drastico. Però non posso far finta che queste prospettive catastrofiche non stessero lavorando sul mio umore e sui miei pensieri, uhm...
Anche se, forse da incosciente, ho vissuto questa prospettiva da quasi-disoccupata con ottimismo, cercando di immaginarmi nuove attività possibili e nuovi modi di mettere in pratica le cose che ho imparato in questi anni a teatro. Ma pare che, almeno per ora, la mia creatività possa esprimersi ancora all'interno del "mio" teatro. Abbiamo fatto tante cose in questi ultimi mesi e la stanchezza si fa sentire, eppure le soddisfazioni non mancano. Spero di essere più ispirata nei prossimi giorni per raccontarti meglio!
Di Jenny sai anche tu, quindi almeno sappiamo per certo che ci vedremo a settembre, ma spero anche prima. Baci roomie e ancora grazie per i messaggi profondi e molto belli che hai scritto qui negli ultimi tempi. Ne avevo bisogno...

mercoledì 16 marzo 2011

TOYOTA Jeans


Carissima Roomie,
vedi questa? Beh, da circa un mese un modello analogo ha trovato posto nella camera degli ospiti, alias ex stanza di Eva, alias futura stanza di Nicolò, comunque per ora definita mio atelier creativo.
Da qualche tempo andavo realizzando qualche lavoretto con pannolenci per le varie festività, poi mi sono detta: perchè non osare qualcosa di più? Con il gruppo della Stanza abbiamo organizzato una serata in cui un'amica particolarmente esperta ha illustrato a noi imbranate alle prime armi le tecniche base del cucito. Non ti dico poi il panico in cui sono caduta nel leggere le istruzioni della macchina il primo giorno in cui l'ho comprata, ma poi con mio grande stupore ho scoperto che non è poi così difficile farla funzionare. L'importante è imparare ad andare dritti...Credo che i geni di mia nonna (sarta) si stiano risvegliando dopo anni di sonno e bistrattamenti vari. E' davvero una grande soddisfazione realizzare qualcosa con le proprie mani. Adesso ad esempio mi sto cimentando nella confezione di sei coprisedia per la mia cucina. Puoi ben immaginare lo stato che poteva aver raggiunto l'imbottitura bianca dopo otto anni d'uso di cui sei con bambini piccoli. Andavano assolutamente ricoperte. Poi ho altri progetti, per ora cose molto semplici, non credo riuscirò mai a farmi qualcosa da vestire però....chissà....

giovedì 3 marzo 2011

Michelle Obama


Prima di partire con il progetto “Una stanza per sé”, personalmente mi sono confrontata con diverse mamme, papà, amici e amiche, ed ho naturalmente letto parecchio, un po’ su internet, un po’ sui libri. Delle letture che faccio cerco sempre di conservare qualcosa, perché so che prima o poi mi tornerà utile. L’estate scorsa leggevo “La fortuna non esiste” di Mario Calabresi. Sottotitolo: Storie di uomini e donne che hanno avuto il coraggio di rialzarsi. (Te ne ho anche accennato al telefono una volta)

Dei vari racconti mi colpì molto quello di Michelle Obama, i discorsi pubblici di cui Calabresi è stato testimone e che riporta scrupolosamente nel libro sono perle di saggezza e vere e proprie lezioni di educazione civica. Tralascio i particolari (peraltro interessantissimi) della sua storia personale, e riporto uno stralcio del discorso tenuto nel pomeriggio del 10 febbraio 2009 al Mary’s Cenetr, un centro che si occupa della salute nel quartiere di Adams Morgan, il cuore della comunità ispanica di Washington.

Un ragazzo le chiede che cosa si possa fare per migliorare la sicurezza nella comunità e racconta che qualche giorno prima un senzatetto è morto per la strada e la gente per ore è passata accanto senza fare niente. Michelle prende l’occasione al volo per fare una lezione sulla responsabilità personale: “ Il problema ha due facce: una è quello delle risorse, riguarda il sistema della giustizia e le forze dell’ordine, ma l’altra riguarda noi. Non ci possono essere leggi che obbligano le persone a fare cose giuste: non si può imporre a un papà di leggere favole al figlio o di trattare il vicino con rispetto e decenza. A fare la differenza non sono i soldi che guadagni o il diploma che hai preso, ma la scelta che fai di essere un cittadino attivo, coinvolto e responsabile. Nessun presidente e nessun sindaco possono ordinarlo, sono cose che vengono dai valori e dalla fede che abbiamo dentro. Spero che sia qualcosa di cui parlate quando venite qui, non solo di cosa avete bisogno e di chi ve lo potrà dare. Dovete chiedervi: ma cosa posso fare, che tipo di cittadino sarò, che genitore? E cosa farò la prossima volta che sarà commesso un crimine? Ci passerò accanto o chiamerò la polizia e mi farò coinvolgere?”. Stanno tutti in silenzio e fanno sì con la testa. Lei li fissa con quello sguardo di sfida che è il suo biglietto da visita, vuole lasciare il segno, stimolarli a crescere e a impegnarsi. Non molla mai. Appena entrata alla Casa Bianca ha preteso che nessuno rifacesse i letti e riordinasse la camera delle bambine, devono fare da sole ogni mattina prima di andare a scuola.
Prima di andarsene dal Mary’s Center, Michelle firma un manifesto del centro, poi si gira verso i ragazzi e, seria, li lascia con nove parole: “Ricordatevi sempre da dove siete venuti e cosa restituirete”.
(...) Ha già parlato per tre quarti d’ora, ha fatto le foto e sta salutando quando una ragazza di sedici anni le chiede a bruciapelo: “Ma perché è venuta qui ad incontrarci?”. Allora lei si ferma, torna indietro, si siede con i nove adolescenti che sono rimasti e comincia a raccontare: “Perché mi hanno insegnato che se nella vita si riceve, poi bisogna essere capaci di restituire. Perché mi hanno insegnato che devi conoscere la comunità in cui vivi, devi farne parte e impegnarti attivamente”.

Mi era sembrato allora che quelle parole suonassero come un invito, un’esortazione a metterci in gioco, a provare a realizzare quello che da troppo tempo avevamo solamente immaginato e desiderato ci fosse nel nostro paese…un posto dove i neogenitori potessero incontrarsi e fare rete. E poi, da lì, partire...
Ieri sera, rileggendole, le ho trovate ancora una volta bellissime ed incoraggianti.

Qualcosa di azzurro


Trascrivo un altro brano della Maraini da La nave per Kobe.


L’azzurro è il mio colore, quello che mi dà pace quando sono inquieta. Leggendo Flaubert ho scoperto che anche lui ama l’azzurro, un colore cui attribuiva poteri erotici. Di solito è il rosso che si abbina con la sensualità. E invece, tutte le volte che Emma Bovary si appresta a fare l’amore c’è qualcosa di ceruleo che la trasfigura: la veletta che le pende dal cappello quando esce a cavallo nel bosco con Rodolphe, il vestito di lana merinos dalle balze celesti, le pareti turchine di una camera d’albergo. Perfino gli occhi di Emma, che Flaubert dice essere neri, diventano, nell’emozione d’amore, di uno splendido blu zaffiro.” (pag. 132)

Mi viene da aggiungere: ne “La signora Dalloway” di Virginia Woolf , Clarissa scrive e spedisce al sua amante giovanile Peter Walsh una lettera su carta di colore azzurro...
E lo scrittorer praghese Franz Werfel, nel romanzo “Una scrittura femminile azzurro pallido” non narra proprio la vicenda di Leonida, alto funzionario ministeriale, ricco per fortunato matrimonio, che un giorno riceve una lettera vergata nell'inchiostro azzurro allora di moda tra le signore, proveniente da un'antica amica, unico suo grande amore?
E i più superstiziosi, non ricordano forse il detto per cui il giorno delle nozze la sposa come buon auspicio dovrebbe indossare qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di prestato, qualcosa di azzurro?

lunedì 21 febbraio 2011

La nave per Kobe


La Nave per Kobe diari giapponesi di mia madre di Dacia Maraini
Topazia Alliata Maraini ha annotato nei suoi taccuini le tappe del lungo viaggio per nave verso Kobe (Giappone), nel 1938 e i piccoli grandi eventi familiari di quegli anni che riguardano la vita delle figlie: Dacia, poi Yuki e Toni. Una preziosa testimonianza, affidata a pagine ormai ingiallite e vecchie fotografie in bianco e nero, che Dacia Maraini ha voluto pubblicare quando il padre Fosco, ritrovati per caso quei quaderni, glieli ha regalati dicendole “Ti riguardano, prendili”.

In quelle righe essenziali e a tratti commoventi che sua madre scriveva, trapela la bellezza e l’intensità del legame madre-figlia, a cui si aggiungono i commenti e le riflessioni della Dacia di oggi, figlia ormai sessantenne che cerca di dare un ordine ai propri ricordi di bambina.

E’ affascinante perché in questo libro si trovano, mescolati insieme, i pensieri di una madre, quelli di una bambina e quelli della stessa bambina diventata adulta. L’effetto che si ottiene è quello di illuminare quello speciale rapporto a due di volta in volta con luci che provengono da riflettori diversi. Lo stimolo che se ne riceve è quello di intraprendere la propria personale ricerca, appuntando, se non per iscritto, almeno in un immaginario taccuino mentale, i propri personali ricordi d’infanzia.

Inverno 1938. Dacia ha poco più di un anno.

(in corsivo le parole di Topazia)
Dacia occupa tutto il mio tempo perché non mi vuole lasciare un minuto (mi segue anche al gabinetto!) e non si addormenta se non con me. A momenti mi avvilisco, ma spero di farle cambiare abitudini. Adesso è ancora nervosa del movimentato viaggio interminabile."
Questo il commento di Dacia:

"Questa dipendenza corporea mi intenerisce. Mi fa pensare a quelle immagini che vediamo sullo schermo quando ci raccontano storie di scimmie che corrono fra i rami delle foreste africane: la madre agile che si aggrappa alle fronde con la coda ritta, portandosi dietro, avvinghiata al dorso, una scimmietta dal pelo nuovo e lanuginoso. C’è una fisicità nel rapporto madre-figlia che nulla al mondo potrà modificare e lega i due corpi, quello più piccolo a quello più grande, in un abbraccio naturale, anche quando sono lontani e non si vedono, e ripete simbolicamente il primo tepore di una abitazione buia, primordiale.
Il corpo che si presenta all’immaginazione confusa di un bambino quando nasce, è quello della madre. Una montagna misteriosa, che lo sovrasta, lo acquieta, lo nutre e gli incute anche paura. L’ebbrezza di quel latte che scende in gola, attraverso il tepore di un capezzolo, che è cuscino e tazza nello stesso tempo…come sostituirlo?”
(pagg. 63-64)
Questo brano mi ricorda un episodio di quest’estate al mare. Nicolò aveva sette mesi, poche pappine, ancora tanto latte di mamma. Mentre lo allattavo, lui all'improvviso si è fermato, si è messo a fissare il latte che continuava azampillare dal capezzolo, e guardava tutto quel ben di Dio (per lui, s'intende) estasiato. Si lasciava bagnare il viso dal latte, immobile, in una beatitudine assoluta: non era più interessato a mangiare, solo a godersi quello spettacolo...

Altro passaggio del libro:
“Da piccola odiavo il mio nome troppo inusuale per una bambina. I ragazzini, si sa, sono conformisti. Non capiscono il piacere di essere diversi, di differenziarsi, sia pure solo per il nome. Probabilmente perché sono ancora troppo fragili per reggere una posizione che li allontana dalla norma. La mia massima aspirazione era allora di non distinguermi in niente dagli altri, ma si trattava di un puro desiderio perché continuamente inciampavo nella mia diversità: una famiglia laica, dei viaggi precoci, le traversate degli oceani, una esperienza di campo di concentramento, la fame, i nomi stravaganti: Fosco, Topazia, Yuki, Dacia*, tutto fuori dall’ordinario.

Avrei voluto chiamarmi Maria, essere bruna con gli occhi neri, avere due genitori tranquilli, un padre che uscisse ogni mattina per andare al lavoro e una madre grassa e rassicurante. Queste erano le famiglie delle mie compagne di scuola, sia prima in Giappone che poi in Italia. Invece mio padre era sempre in viaggio per i suoi studi etnologici, mia madre aveva la mentalità di una diciottenne, innamorata di noi ma così poco simile alle altre madri; nelle nostre stanze non c’erano bambole, ritratti di santi, libri di devozione, ma riproduzioni di Picasso, di Matisse. Sugli scaffali carichi di libri non trovavi romanzi rosa o inutili enciclopedie, ma Proust e Dostoevskij, Virginia Woolf, Henry James e Svevo”. (pag. 120)
* Fosco è il nome del padre di dacia Maraini, di origini fiorentine, Topazia è la madre, di origini siciliane, mentre Yuki è la sorella minore.

Mi viene in mente la mia amica Maira, che la sera per addormentare sua figlia Anna di tre anni, le legge a letto poesie di Leopardi…Che tenerezza la piccola, che le dice, “Leggi, però non chiedermi nulla mamma”, perché ovviamente non è in grado di afferrarne il senso, ma io sono sicura che la musica di quelle strofe la incanti e la faccia scivolare deliziosamente nel sonno e nella notte.

Ad un certo punto Topazia scrive nel suo taccuino gli appunti riguardanti l’inizio di gennaio 1941, periodo in cui Dacia si ammala e in venti giorni ha una dopo l’altra, otite, febbrone, tonsillite, una temuta difterite, reazione all’iniezione anti difterite, poi infine un’orticaria. Topazia si dedica notte e giorno alla figlia malata, restandole sempre accanto. “Povera figliuzza. Ancora non uscita da quasi 20 giorni ma non ha febbre”.
Commenta Dacia: “C’è tanta apprensione e tanta tenerezza in questo curvarsi di madre sul corpo della figlia malata da esserne appagata per una vita intera. Se non fossi stata così ben nutrita dal suo affetto come avrei potuto sopportare il campo di concentramento, la fame, i vermi, le pulci, le bombe, i terremoti e ancora la fame, la fame nera?
Nonostante la visione drammatica delle cose, ho un fondo di ottimismo che sicuramente mi viene da quelle prime grandi esperienze d’amore materno”. (pag. 124)

Secondo me è bellissima questa riflessione della Maraini. Anch’io sono convinta che i bambini quando sono piccoli vadano riempiti d’amore, di affetto, di cure. E penso che non ci siano misure per questo darsi dei genitori: non è mai troppo. Così non ho mai pensato di viziare i miei figli se a un anno ancora davo loro il mio latte, li facevo dormire con me (anche dopo, sì, anche dopo l’anno), perché sentivo semplicemente che era un loro bisogno. Non un capriccio, ma un bisogno di contatto, di vicinanza, di calore. Hanno sempre rifiutato pupazzetti e peluche, se ci provavo, la notte a mettergliene uno vicino, lo buttavano via e si acquietavano solo se sentivano il mio corpo vicino al loro. Nessun oggetto transazionale, insomma, nessun surrogato dell’originale.
Non capisco nemmeno le persone che dicono che i bambini non si debbono tenere troppo in braccio, perché così facendo li si vizia. Io ho sempre visto le cose da un altro punto di vista: lì dove per alcuni c’è il vizio, io vedevo la risposta ad un reale bisogno d’amore, che esige di essere riconosciuto come tale e merita una risposta adeguata. Leggendo, ho trovato poi successivamente conforto di queste mie sensazioni/teorie materne, anche se ho compreso che è ancora solo una corrente minoritaria di esperti e di genitori ad abbracciare queste idee. Ad esempio, il pediatra spagnolo Carlos Gonzalez, quello americano William Sears, i pediatri che scrivono sulla rivista UPPA. Lo so, sono concetti agli antipodi con la filosofia del “Fate la nanna”, o metodo Estivill, come lo si voglia chiamare. E’ un punto di vista diverso, ma che ha un suo pregio.
Comunque, per tornare alle parole della Maraini, anch’io sono profondamente convinta che ai bambini vada donato con abnegazione infinito amore, che costituirà una riserva da cui attingeranno tutta la loro vita e che sarà per loro fonte di sicurezza emotiva, di autostima, di fiducia in se stessi e negli altri, di capacità di amare a loro volta.
Oggi c’è molta attenzione allo sviluppo delle capacità intellettuali dei bambini, alle loro prestazioni scolastiche e di apprendimento, molto meno invece a quelle capacità che attengono l’emotività, al saper gestire le proprie ed altrui emozioni. E poi ci meravigliamo che gli adolescenti di oggi, hanno difficoltà a dare voce al proprio vissuto emotivo, non sanno dare un nome a quello che provano ecc. (in realtà gli adolescenti da che mondo e mondo hanno avuto questi problemi, come hanno sempre avuto difficoltà nel comunicare con gli adulti, ma queste cose sono del tutto normali ed anche sane da un certo punto di vista perché sono tappe essenziali per la crescita individuale di una persona; il problema è che quest’incapacità di relazionarsi con la propria emotività permane anche oltre l’adolescenza e molte perone se lo portano dietro per una vita intera). Non so se le cause possono ritrovarsi nella primissima infanzia e nell’approccio avuto dai propri genitori, ma è una domanda che per lo meno potremmo porci, prima di assumere scontatamente un metodo educativo (quello più diffuso, quello che è frutto della cultura dominante) come il migliore in assoluto. Un po’ di sana critica non guasterebbe, poi ognuno dovrebbe scegliere con la propria testa, ascoltando il proprio vissuto, il proprio cuore e alla luce di tutto questo decidere infine la cosa migliore per i propri figli.

Un’ultima cosa: ho notato che lo stare bene emotivamente favorisce anche l’apprendimento. Sono intimamente convinta che la tranquillità interiore, la serenità, la fiducia nei propri genitori, il sentirsi profondamente e immensamente amati, offra quella base essenziale sopra cui costruire tutti i castelli del mondo: conquiste intellettuali, conoscenze, abilità le più diverse. Se abbiamo un problema “dentro di noi”, siamo arrabbiati, o ansiosi, o in preda ad un’antica angoscia, è molto probabile che molte delle nostre energie interiori se ne vadano a curare questa nostra pena e che quindi , nel complesso, vi sia uno spreco di energie, che potrebbero essere molto più felicemente utilizzate in altre attività. Sapere che uno sguardo amorevole e fiducioso è posato su di noi ci fa affrontare anche le sfide più difficili, perché ci trasmette sicurezza e coraggio.

Chiudo. Non sono diventata logorroica, ho solo avuto un 'ora di libertà ieri pomeriggio, in cui ho potuto appuntarmi pensieri e citazioni.

A presto.

martedì 15 febbraio 2011

Una stanza per sè


E' passato un sacco di tempo dall'ultima volta che ci siamo sentite e sono successe un sacco di cose.
Una delle cose più belle realizzate ultimamente è l'apertura del centro neomamme a Santa Lucia di Piave. L'iniziativa si chiama "Una stanza per sè" ed è ufficialmente partita il 9 dicembre 2010. La partenza di questo centro è avvenuta grazie alla strettissima collaborazione con due amiche di qui, Maira e Sara, donne molto pratiche, mamme anch'esse, super entusiaste.
Dopo i primi 3-4 incontri si è deciso di dividere il gruppo di mamme frequentanti, perchè troppo...numeroso! Quindi molto bene dal punto di vista dell'affluenza; i numeri ci confortavano sul fatto che la cosa andasse incontro ad un reale bisogno delle persone. Così adesso ci troviamo in ludoteca ogni giovedì con le mamme dei bimbi da 0 a 18 mesi e ogni venerdì con le mamme dei bimbi da 18 a 36 mesi.
L'assessore alle politiche giovanili, entusiasta della cosa, ha addirittura pensato di aprire ogni primo sabato del mese dalle 9.30 alle 11.30 per i papà (visto che durante la settimana non si presenta nessuno..solo all'inizio sono venuti due sparuti padri).
Ora con la divisione in due gruppi l'atmosfera è decisamente più tranquilla, si sta instaurando un buon clima tra le mamme partecipanti (che pian piano cominciano a conoscersi) e anche i bimbi possono beneficiare di maggiore tranquillità (soprattutto i piccolissimi, che con la confusione delle prime volte uscivano...eccitatissimi!).
Inoltre per questo mercoledì sera abbiamo organizzato anche il primo "Spuntino serale" di cucito. Una mamma esperta in cucito insegnerà alle altre alcune tecniche base che possono sempre tornare utili (tipo accorciare i pantaloni, fare l'orlo alle tovaglie, ecc). Naturalmente senza bimbi al seguito. Sarà un'ulteriore occasione per socializzare e per far lavorare le mani. Ti parlerò sicuramente in uno dei prossimi post questa mia nuova "mania"...
Ah, dimenticavo: la nostra locandina. Maira ha ritagliato uno dei tanti bellissimi disegni di Sofia, lo ha incollato sul sacchettino della scuola di sua figlia Anna e poi, grazie alla magia dello scanner e del photoshop, è riuscita a dare questa immagine un pò coccola e un pò artiginale della nostra idea. Ti piace?!


lunedì 14 febbraio 2011

Cara Roomie,
ieri ero a Treviso, in piazza dei Signori, in occasione della manifestazione "Se non ora quando". Ho ascoltato i discorsi a singhiozzi, perchè avevo tutti e tre i bimbi con me. Ho scrutato con più interesse i volti dei presenti. Ho visto donne mature, donne anziane, tanti capelli grigi, troppi, tanti uomini, tante donne che già fanno politica o appartengono ai sindacati. Pochissime giovani ragazze. Pochissimi bambini. Mi viene il dubbio che il disastro sia già compiuto. Mi viene da pensare ancora una volta che l'Italia è un paese di vecchi e per vecchi. Se poi hai 80 anni e ti piace andare con le fanciulle in fiore, allora è il paese adatto per te. Ma non per me, non per noi. A me fa vomitare. Leggo oggi sul Corriere on line questo articolo di Severgnini. Mi pare una bella critica, pungente e fattiva. La condivido con te.

Ancora Slogan? Provate a Sorprenderci
La strategia Davanti a vicende nuove, gravi e imprevedibili, le risposte non possono essere vecchie, rituali e prevedibili
Il commento
Ancora Slogan? Provate a Sorprenderci
La strategia Davanti a vicende nuove, gravi e imprevedibili, le risposte non possono essere vecchie, rituali e prevedibili
«Se non ora, quando?». Capisco lo spirito, condivido il fastidio, discuto il metodo. Ancora piazze e slogan? È il XXI secolo, ragazze!Ho pubblicato questo commento su Twitter, ieri, e sono stato inondato di reazioni. Prevedibili, sorprendenti, irritate, irritanti, comprensive, preoccupate, ragionevoli. Molte chiedono: «Bene, lei cosa propone?». Ci arrivo, ma prima lasciatemi spiegare, allungandomi oltre i 140 caratteri di Twitter.
Davanti a vicende nuove, gravi e imprevedibili, le risposte non possono essere vecchie, rituali e prevedibili. Microfono e buone intenzioni, lettura delle dichiarazioni, studentesse e sindacaliste, francarame e facce già viste. Si finisce per far sembrare originali perfino i soliti, professionali slalom di Giuliano Ferrara, degni dei mondiali di sci in corso (dove peraltro non scendono in mutande). «Se non ora, quando?» sotto le mie finestre, in una delle 230 piazze d'Italia, quella di Crema, dove ci conosciamo tutti: duecento persone, più o meno le stesse di quand'ero studente.
«Sgombriamo il campo da un equivoco. Ho scritto sul «Corriere», chiaramente e ripetutamente, che la questione legata a Ruby è seria: un capo di governo deve risponderne in tribunale e magari in qualche intervista, invece di rifugiarsi nei videomessaggi e tra le braccia di dipendenti, portavoce e consiglieri. La vicenda non riguarda infatti solo la vita privata di un uomo pubblico - che peraltro, come insegnano le grandi democrazie, è meno tutelata di quella di un normale cittadino. Di chi ci guida, infatti, dobbiamo valutare la coerenza, l'affidabilità, l'onestà, il buon senso, la responsabilità. Le notti di Arcore (palazzo Grazioli, villa Certosa etc) non rappresentano solo un'umiliazione per le donne italiane. Hanno coinvolto organi elettivi (un premio per le favorite?); apparati di protezione (poveri carabinieri di guardia!); questioni di sicurezza (rischio di ricatti); reputazione internazionale (l'Italia derisa nel mondo); importanza dell'esempio (talmente catastrofico che i nostri ragazzi dicono «Blah!» e guardano oltre).
Rispondere a questo sfacelo con l'ennesima manifestazione? Sa di déjà vu. Un milione di donne in piazza nel mondo? A casa, in Italia, ce n'erano trenta milioni. L'Egitto, costantemente richiamato nelle menti e nei commenti? Be', andrei piano prima di celebrare un colpo di stato militare; e poi, in Medio Oriente, è bene aspettare come va a finire (Iran docet). Ma c'è di più. Come questo giornale non si stanca di ripetere, i governi cadono in Parlamento (dove s'accettano le dimissioni). L'opinione pubblica ha il diritto di farsi sentire, i magistrati devono poter lavorare. Ma diciamolo, per banale che sia: sono le urne che decidono chi governa.
La giovane precaria e la sindacalista, l'immigrata e l'attrice: sincero e addirittura commovente, in qualche caso. Ma già visto. Quelle donne avevano cose nobili da dire, ma le hanno dette nel modo consueto e nei soliti luoghi. La forza di Silvio Berlusconi è la capacità diabolica di reinventarsi e sorprenderci. Va affrontato con lo stesso metodo. Sono amico di Lella Costa, ammiro Paola Cortellesi e Anna Finocchiaro. La fantasia non gli manca di sicuro. Provino a inventarsi altro. Qualcosa che possa convincere decine di milioni di donne che non sono scese in piazza, e non lo faranno mai: eppure molte di loro, in questi giorni, sono imbarazzate e arrabbiate. Il momento più efficace, a Roma, è stato il ballo finale sul palco: perché era spontaneo, e non l'avevamo già visto.
È vero: le ragazze e le donne, in Italia, non la pensano come Nicole Minetti, che su Affaritaliani.it ha chiamato in sua difesa Cenerentola e Biancaneve (le quali probabilmente s'avvarranno della facoltà di non rispondere). Certo: concedersi a pagamento non è la nuova forma di imprenditorialità femminile, come argomentano maschi cinici in libera uscita. Ma le donne italiane devono - anzi tutti noi dobbiamo - inventare forme di protesta più originali. Dico la prima cosa che mi viene in mente: coprire l'Italia di post-it rosa, per un mese, scrivendo cosa fanno le donne vere, quelle che non hanno nessuna intenzione di sacrificarsi per i minotauri.Perché diciamolo: il nostro labirinto è grande, e non ne contiene uno solo.
Beppe Severgnini 14 febbraio 2011

Ah, dimenticavo...sono tornata da te! ;-)