
La Nave per Kobe diari giapponesi di mia madre di Dacia Maraini
Topazia Alliata Maraini ha annotato nei suoi taccuini le tappe del lungo viaggio per nave verso Kobe (Giappone), nel 1938 e i piccoli grandi eventi familiari di quegli anni che riguardano la vita delle figlie: Dacia, poi Yuki e Toni. Una preziosa testimonianza, affidata a pagine ormai ingiallite e vecchie fotografie in bianco e nero, che Dacia Maraini ha voluto pubblicare quando il padre Fosco, ritrovati per caso quei quaderni, glieli ha regalati dicendole “Ti riguardano, prendili”.
Topazia Alliata Maraini ha annotato nei suoi taccuini le tappe del lungo viaggio per nave verso Kobe (Giappone), nel 1938 e i piccoli grandi eventi familiari di quegli anni che riguardano la vita delle figlie: Dacia, poi Yuki e Toni. Una preziosa testimonianza, affidata a pagine ormai ingiallite e vecchie fotografie in bianco e nero, che Dacia Maraini ha voluto pubblicare quando il padre Fosco, ritrovati per caso quei quaderni, glieli ha regalati dicendole “Ti riguardano, prendili”.
In quelle righe essenziali e a tratti commoventi che sua madre scriveva, trapela la bellezza e l’intensità del legame madre-figlia, a cui si aggiungono i commenti e le riflessioni della Dacia di oggi, figlia ormai sessantenne che cerca di dare un ordine ai propri ricordi di bambina.
E’ affascinante perché in questo libro si trovano, mescolati insieme, i pensieri di una madre, quelli di una bambina e quelli della stessa bambina diventata adulta. L’effetto che si ottiene è quello di illuminare quello speciale rapporto a due di volta in volta con luci che provengono da riflettori diversi. Lo stimolo che se ne riceve è quello di intraprendere la propria personale ricerca, appuntando, se non per iscritto, almeno in un immaginario taccuino mentale, i propri personali ricordi d’infanzia.
Inverno 1938. Dacia ha poco più di un anno.
Inverno 1938. Dacia ha poco più di un anno.
(in corsivo le parole di Topazia)
“Dacia occupa tutto il mio tempo perché non mi vuole lasciare un minuto (mi segue anche al gabinetto!) e non si addormenta se non con me. A momenti mi avvilisco, ma spero di farle cambiare abitudini. Adesso è ancora nervosa del movimentato viaggio interminabile."
Questo il commento di Dacia:
“Dacia occupa tutto il mio tempo perché non mi vuole lasciare un minuto (mi segue anche al gabinetto!) e non si addormenta se non con me. A momenti mi avvilisco, ma spero di farle cambiare abitudini. Adesso è ancora nervosa del movimentato viaggio interminabile."
Questo il commento di Dacia:
"Questa dipendenza corporea mi intenerisce. Mi fa pensare a quelle immagini che vediamo sullo schermo quando ci raccontano storie di scimmie che corrono fra i rami delle foreste africane: la madre agile che si aggrappa alle fronde con la coda ritta, portandosi dietro, avvinghiata al dorso, una scimmietta dal pelo nuovo e lanuginoso. C’è una fisicità nel rapporto madre-figlia che nulla al mondo potrà modificare e lega i due corpi, quello più piccolo a quello più grande, in un abbraccio naturale, anche quando sono lontani e non si vedono, e ripete simbolicamente il primo tepore di una abitazione buia, primordiale.
Il corpo che si presenta all’immaginazione confusa di un bambino quando nasce, è quello della madre. Una montagna misteriosa, che lo sovrasta, lo acquieta, lo nutre e gli incute anche paura. L’ebbrezza di quel latte che scende in gola, attraverso il tepore di un capezzolo, che è cuscino e tazza nello stesso tempo…come sostituirlo?” (pagg. 63-64)
Questo brano mi ricorda un episodio di quest’estate al mare. Nicolò aveva sette mesi, poche pappine, ancora tanto latte di mamma. Mentre lo allattavo, lui all'improvviso si è fermato, si è messo a fissare il latte che continuava azampillare dal capezzolo, e guardava tutto quel ben di Dio (per lui, s'intende) estasiato. Si lasciava bagnare il viso dal latte, immobile, in una beatitudine assoluta: non era più interessato a mangiare, solo a godersi quello spettacolo...
Il corpo che si presenta all’immaginazione confusa di un bambino quando nasce, è quello della madre. Una montagna misteriosa, che lo sovrasta, lo acquieta, lo nutre e gli incute anche paura. L’ebbrezza di quel latte che scende in gola, attraverso il tepore di un capezzolo, che è cuscino e tazza nello stesso tempo…come sostituirlo?” (pagg. 63-64)
Questo brano mi ricorda un episodio di quest’estate al mare. Nicolò aveva sette mesi, poche pappine, ancora tanto latte di mamma. Mentre lo allattavo, lui all'improvviso si è fermato, si è messo a fissare il latte che continuava azampillare dal capezzolo, e guardava tutto quel ben di Dio (per lui, s'intende) estasiato. Si lasciava bagnare il viso dal latte, immobile, in una beatitudine assoluta: non era più interessato a mangiare, solo a godersi quello spettacolo...
Altro passaggio del libro:
“Da piccola odiavo il mio nome troppo inusuale per una bambina. I ragazzini, si sa, sono conformisti. Non capiscono il piacere di essere diversi, di differenziarsi, sia pure solo per il nome. Probabilmente perché sono ancora troppo fragili per reggere una posizione che li allontana dalla norma. La mia massima aspirazione era allora di non distinguermi in niente dagli altri, ma si trattava di un puro desiderio perché continuamente inciampavo nella mia diversità: una famiglia laica, dei viaggi precoci, le traversate degli oceani, una esperienza di campo di concentramento, la fame, i nomi stravaganti: Fosco, Topazia, Yuki, Dacia*, tutto fuori dall’ordinario.
Avrei voluto chiamarmi Maria, essere bruna con gli occhi neri, avere due genitori tranquilli, un padre che uscisse ogni mattina per andare al lavoro e una madre grassa e rassicurante. Queste erano le famiglie delle mie compagne di scuola, sia prima in Giappone che poi in Italia. Invece mio padre era sempre in viaggio per i suoi studi etnologici, mia madre aveva la mentalità di una diciottenne, innamorata di noi ma così poco simile alle altre madri; nelle nostre stanze non c’erano bambole, ritratti di santi, libri di devozione, ma riproduzioni di Picasso, di Matisse. Sugli scaffali carichi di libri non trovavi romanzi rosa o inutili enciclopedie, ma Proust e Dostoevskij, Virginia Woolf, Henry James e Svevo”. (pag. 120)
* Fosco è il nome del padre di dacia Maraini, di origini fiorentine, Topazia è la madre, di origini siciliane, mentre Yuki è la sorella minore.
Mi viene in mente la mia amica Maira, che la sera per addormentare sua figlia Anna di tre anni, le legge a letto poesie di Leopardi…Che tenerezza la piccola, che le dice, “Leggi, però non chiedermi nulla mamma”, perché ovviamente non è in grado di afferrarne il senso, ma io sono sicura che la musica di quelle strofe la incanti e la faccia scivolare deliziosamente nel sonno e nella notte.
Ad un certo punto Topazia scrive nel suo taccuino gli appunti riguardanti l’inizio di gennaio 1941, periodo in cui Dacia si ammala e in venti giorni ha una dopo l’altra, otite, febbrone, tonsillite, una temuta difterite, reazione all’iniezione anti difterite, poi infine un’orticaria. Topazia si dedica notte e giorno alla figlia malata, restandole sempre accanto. “Povera figliuzza. Ancora non uscita da quasi 20 giorni ma non ha febbre”.
Commenta Dacia: “C’è tanta apprensione e tanta tenerezza in questo curvarsi di madre sul corpo della figlia malata da esserne appagata per una vita intera. Se non fossi stata così ben nutrita dal suo affetto come avrei potuto sopportare il campo di concentramento, la fame, i vermi, le pulci, le bombe, i terremoti e ancora la fame, la fame nera?
Nonostante la visione drammatica delle cose, ho un fondo di ottimismo che sicuramente mi viene da quelle prime grandi esperienze d’amore materno”. (pag. 124)
Secondo me è bellissima questa riflessione della Maraini. Anch’io sono convinta che i bambini quando sono piccoli vadano riempiti d’amore, di affetto, di cure. E penso che non ci siano misure per questo darsi dei genitori: non è mai troppo. Così non ho mai pensato di viziare i miei figli se a un anno ancora davo loro il mio latte, li facevo dormire con me (anche dopo, sì, anche dopo l’anno), perché sentivo semplicemente che era un loro bisogno. Non un capriccio, ma un bisogno di contatto, di vicinanza, di calore. Hanno sempre rifiutato pupazzetti e peluche, se ci provavo, la notte a mettergliene uno vicino, lo buttavano via e si acquietavano solo se sentivano il mio corpo vicino al loro. Nessun oggetto transazionale, insomma, nessun surrogato dell’originale.
Non capisco nemmeno le persone che dicono che i bambini non si debbono tenere troppo in braccio, perché così facendo li si vizia. Io ho sempre visto le cose da un altro punto di vista: lì dove per alcuni c’è il vizio, io vedevo la risposta ad un reale bisogno d’amore, che esige di essere riconosciuto come tale e merita una risposta adeguata. Leggendo, ho trovato poi successivamente conforto di queste mie sensazioni/teorie materne, anche se ho compreso che è ancora solo una corrente minoritaria di esperti e di genitori ad abbracciare queste idee. Ad esempio, il pediatra spagnolo Carlos Gonzalez, quello americano William Sears, i pediatri che scrivono sulla rivista UPPA. Lo so, sono concetti agli antipodi con la filosofia del “Fate la nanna”, o metodo Estivill, come lo si voglia chiamare. E’ un punto di vista diverso, ma che ha un suo pregio.
Comunque, per tornare alle parole della Maraini, anch’io sono profondamente convinta che ai bambini vada donato con abnegazione infinito amore, che costituirà una riserva da cui attingeranno tutta la loro vita e che sarà per loro fonte di sicurezza emotiva, di autostima, di fiducia in se stessi e negli altri, di capacità di amare a loro volta.
Oggi c’è molta attenzione allo sviluppo delle capacità intellettuali dei bambini, alle loro prestazioni scolastiche e di apprendimento, molto meno invece a quelle capacità che attengono l’emotività, al saper gestire le proprie ed altrui emozioni. E poi ci meravigliamo che gli adolescenti di oggi, hanno difficoltà a dare voce al proprio vissuto emotivo, non sanno dare un nome a quello che provano ecc. (in realtà gli adolescenti da che mondo e mondo hanno avuto questi problemi, come hanno sempre avuto difficoltà nel comunicare con gli adulti, ma queste cose sono del tutto normali ed anche sane da un certo punto di vista perché sono tappe essenziali per la crescita individuale di una persona; il problema è che quest’incapacità di relazionarsi con la propria emotività permane anche oltre l’adolescenza e molte perone se lo portano dietro per una vita intera). Non so se le cause possono ritrovarsi nella primissima infanzia e nell’approccio avuto dai propri genitori, ma è una domanda che per lo meno potremmo porci, prima di assumere scontatamente un metodo educativo (quello più diffuso, quello che è frutto della cultura dominante) come il migliore in assoluto. Un po’ di sana critica non guasterebbe, poi ognuno dovrebbe scegliere con la propria testa, ascoltando il proprio vissuto, il proprio cuore e alla luce di tutto questo decidere infine la cosa migliore per i propri figli.
“Da piccola odiavo il mio nome troppo inusuale per una bambina. I ragazzini, si sa, sono conformisti. Non capiscono il piacere di essere diversi, di differenziarsi, sia pure solo per il nome. Probabilmente perché sono ancora troppo fragili per reggere una posizione che li allontana dalla norma. La mia massima aspirazione era allora di non distinguermi in niente dagli altri, ma si trattava di un puro desiderio perché continuamente inciampavo nella mia diversità: una famiglia laica, dei viaggi precoci, le traversate degli oceani, una esperienza di campo di concentramento, la fame, i nomi stravaganti: Fosco, Topazia, Yuki, Dacia*, tutto fuori dall’ordinario.
Avrei voluto chiamarmi Maria, essere bruna con gli occhi neri, avere due genitori tranquilli, un padre che uscisse ogni mattina per andare al lavoro e una madre grassa e rassicurante. Queste erano le famiglie delle mie compagne di scuola, sia prima in Giappone che poi in Italia. Invece mio padre era sempre in viaggio per i suoi studi etnologici, mia madre aveva la mentalità di una diciottenne, innamorata di noi ma così poco simile alle altre madri; nelle nostre stanze non c’erano bambole, ritratti di santi, libri di devozione, ma riproduzioni di Picasso, di Matisse. Sugli scaffali carichi di libri non trovavi romanzi rosa o inutili enciclopedie, ma Proust e Dostoevskij, Virginia Woolf, Henry James e Svevo”. (pag. 120)
* Fosco è il nome del padre di dacia Maraini, di origini fiorentine, Topazia è la madre, di origini siciliane, mentre Yuki è la sorella minore.
Mi viene in mente la mia amica Maira, che la sera per addormentare sua figlia Anna di tre anni, le legge a letto poesie di Leopardi…Che tenerezza la piccola, che le dice, “Leggi, però non chiedermi nulla mamma”, perché ovviamente non è in grado di afferrarne il senso, ma io sono sicura che la musica di quelle strofe la incanti e la faccia scivolare deliziosamente nel sonno e nella notte.
Ad un certo punto Topazia scrive nel suo taccuino gli appunti riguardanti l’inizio di gennaio 1941, periodo in cui Dacia si ammala e in venti giorni ha una dopo l’altra, otite, febbrone, tonsillite, una temuta difterite, reazione all’iniezione anti difterite, poi infine un’orticaria. Topazia si dedica notte e giorno alla figlia malata, restandole sempre accanto. “Povera figliuzza. Ancora non uscita da quasi 20 giorni ma non ha febbre”.
Commenta Dacia: “C’è tanta apprensione e tanta tenerezza in questo curvarsi di madre sul corpo della figlia malata da esserne appagata per una vita intera. Se non fossi stata così ben nutrita dal suo affetto come avrei potuto sopportare il campo di concentramento, la fame, i vermi, le pulci, le bombe, i terremoti e ancora la fame, la fame nera?
Nonostante la visione drammatica delle cose, ho un fondo di ottimismo che sicuramente mi viene da quelle prime grandi esperienze d’amore materno”. (pag. 124)
Secondo me è bellissima questa riflessione della Maraini. Anch’io sono convinta che i bambini quando sono piccoli vadano riempiti d’amore, di affetto, di cure. E penso che non ci siano misure per questo darsi dei genitori: non è mai troppo. Così non ho mai pensato di viziare i miei figli se a un anno ancora davo loro il mio latte, li facevo dormire con me (anche dopo, sì, anche dopo l’anno), perché sentivo semplicemente che era un loro bisogno. Non un capriccio, ma un bisogno di contatto, di vicinanza, di calore. Hanno sempre rifiutato pupazzetti e peluche, se ci provavo, la notte a mettergliene uno vicino, lo buttavano via e si acquietavano solo se sentivano il mio corpo vicino al loro. Nessun oggetto transazionale, insomma, nessun surrogato dell’originale.
Non capisco nemmeno le persone che dicono che i bambini non si debbono tenere troppo in braccio, perché così facendo li si vizia. Io ho sempre visto le cose da un altro punto di vista: lì dove per alcuni c’è il vizio, io vedevo la risposta ad un reale bisogno d’amore, che esige di essere riconosciuto come tale e merita una risposta adeguata. Leggendo, ho trovato poi successivamente conforto di queste mie sensazioni/teorie materne, anche se ho compreso che è ancora solo una corrente minoritaria di esperti e di genitori ad abbracciare queste idee. Ad esempio, il pediatra spagnolo Carlos Gonzalez, quello americano William Sears, i pediatri che scrivono sulla rivista UPPA. Lo so, sono concetti agli antipodi con la filosofia del “Fate la nanna”, o metodo Estivill, come lo si voglia chiamare. E’ un punto di vista diverso, ma che ha un suo pregio.
Comunque, per tornare alle parole della Maraini, anch’io sono profondamente convinta che ai bambini vada donato con abnegazione infinito amore, che costituirà una riserva da cui attingeranno tutta la loro vita e che sarà per loro fonte di sicurezza emotiva, di autostima, di fiducia in se stessi e negli altri, di capacità di amare a loro volta.
Oggi c’è molta attenzione allo sviluppo delle capacità intellettuali dei bambini, alle loro prestazioni scolastiche e di apprendimento, molto meno invece a quelle capacità che attengono l’emotività, al saper gestire le proprie ed altrui emozioni. E poi ci meravigliamo che gli adolescenti di oggi, hanno difficoltà a dare voce al proprio vissuto emotivo, non sanno dare un nome a quello che provano ecc. (in realtà gli adolescenti da che mondo e mondo hanno avuto questi problemi, come hanno sempre avuto difficoltà nel comunicare con gli adulti, ma queste cose sono del tutto normali ed anche sane da un certo punto di vista perché sono tappe essenziali per la crescita individuale di una persona; il problema è che quest’incapacità di relazionarsi con la propria emotività permane anche oltre l’adolescenza e molte perone se lo portano dietro per una vita intera). Non so se le cause possono ritrovarsi nella primissima infanzia e nell’approccio avuto dai propri genitori, ma è una domanda che per lo meno potremmo porci, prima di assumere scontatamente un metodo educativo (quello più diffuso, quello che è frutto della cultura dominante) come il migliore in assoluto. Un po’ di sana critica non guasterebbe, poi ognuno dovrebbe scegliere con la propria testa, ascoltando il proprio vissuto, il proprio cuore e alla luce di tutto questo decidere infine la cosa migliore per i propri figli.
Un’ultima cosa: ho notato che lo stare bene emotivamente favorisce anche l’apprendimento. Sono intimamente convinta che la tranquillità interiore, la serenità, la fiducia nei propri genitori, il sentirsi profondamente e immensamente amati, offra quella base essenziale sopra cui costruire tutti i castelli del mondo: conquiste intellettuali, conoscenze, abilità le più diverse. Se abbiamo un problema “dentro di noi”, siamo arrabbiati, o ansiosi, o in preda ad un’antica angoscia, è molto probabile che molte delle nostre energie interiori se ne vadano a curare questa nostra pena e che quindi , nel complesso, vi sia uno spreco di energie, che potrebbero essere molto più felicemente utilizzate in altre attività. Sapere che uno sguardo amorevole e fiducioso è posato su di noi ci fa affrontare anche le sfide più difficili, perché ci trasmette sicurezza e coraggio.
Chiudo. Non sono diventata logorroica, ho solo avuto un 'ora di libertà ieri pomeriggio, in cui ho potuto appuntarmi pensieri e citazioni.
A presto.
1 commento:
roomie che belle le tue riflessioni!
grazie di averle condivise.
ti abbraccio forte
f
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