venerdì 4 aprile 2008

Inizio di giornata

Inizia una nuova giornata di lavoro.
Arrivo a Teatro prestissimo e non c'è proprio nessuno...
Attraverso corridoi silenziosi e un po' bui, poi entro in ufficio, accendo il computer e mi preparo.
Questi primi momenti, ogni mattina, sono preziosi.
Cerco di fare ordine e mi fisso gli obiettivi della giornata: i contatti da prendere oggi, i problemi da risolvere, le informazioni da diffondere e quelle da trovare.
Nel mio blocco scrivo una lista che si fa sempre più lunga e chissà se riuscirò ad alzarmi, stasera, avendo finito tutto.
A un certo punto mi stacco da me stessa e guardo la mia lista come dall'esterno, come con gli occhi di un altro, e mi stupisce, mi emoziona notare quanta creatività, quanta determinazione e quanta iniziativa ci vogliono nel mio lavoro.
Stiamo preparando una riduzione per ragazzi del Flauto magico di Mozart che coinvolgerà venti musicisti della nostra orchestra, un soprano, un attore.
Mi sento impreparata a dare un contributo creativo al progetto eppure lo devo fare, quindi studio, ascolto le musiche, immagino... In tempi di ristrettezze economiche in un Teatro ci si può trovare a dover essere un po' registi, e non mi tiro indietro.
Ieri invece ho fatto un lavoro di mediazione per il nostro spettacolo per le scuole più importante, quello che faremo a maggio. Da un lato il regista, quello vero, con le sue idee creative, originali, con la sua forza vulcanica... dall'altro le insegnanti, che dicono di non avere tempo e che sembrano temere la loro stessa ombra.
In mezzo io e Giovanna, il mio capoufficio, a cercare soluzioni divertenti e fattibili al tempo stesso, a riscrivere il testo del regista, a pensare soluzioni.
Quando le tue bimbe saranno più grandi, e se lavorerò ancora a Teatro, mi piacerebbe avervi ospiti per uno di questi spettacoli.

Chissà cosa volevo dirti, con tutte queste righe.
Forse solo che a volte mi accorgo di quanto sia bello il mio lavoro.
Un abbraccio
:-)

mercoledì 2 aprile 2008

Il telefono delle stelle

Quando è morto mio padre i bimbi di mia sorella avevano 3 e 6 anni.
Adoravano mio padre e ne erano del tutto ricambiati: anche lui sapeva seguirli passo passo con una pazienza, una dolcezza e una sensibilità che anche allora, pur non immaginando che tutto sarebbe finito tanto presto, trovavamo commoventi.

Non c'era cosa che i bambini, per quanto piccoli, non potessero fare: lui erà lì a guidarli, seguirli, aiutarli perché potessero realizzare tutto quello che desideravano. A poco più di un anno di età, ad esempio, Niccolò ha imparato a salire e scendere le scale della casa dei miei (e solo quelle!) tenendosi al corrimano, sotto i nostri occhi impazienti... eppure grazie agli insegnamenti del nonno non è mai caduto.

È stato difficile spiegare ai bambini quanto era successo. A questo riguardo mi viene in mente una cosa che non penso di aver mai raccontato a nessuno e della quale sono quasi certa di essere l'unica depositaria, proprio perché Niccolò e Benedetta erano piccoli e non credo ne abbiamo tenuto memoria.

Era passato un mese o poco più e io ero molto indaffarata con le pratiche di chiusura dello studio legale. Un pomeriggio che ero a casa è venuta mia sorella e ho portato i bimbi a giocare in mansarda.
Niccolò ha visto un telefono staccato, poggiato su un tavolo, e guardandomi con un sorriso mi ha detto:
Zia, nonno è in cielo, vero? Non possiamo vederlo, lo so, perché è molto lontano, ma forse gli possiamo telefonare da qui, con questo telefono. Cosa ne pensi, zia? Lo chiamiamo?
All'inizio ho pensato di assecondarlo nel gioco e gli ho detto sì, ma il numero lo sai?
E lui mi ha risposto che il numero, sicuramente, doveva essere quello del suo cellulare, ma mentre pronunciava queste parole lui stesso ha capito che non poteva essere così. Allora mi ha guardato con occhi enormi e mi ha detto: zia, noi possiamo parlargli ma nonno non ci potrà più sentire, vero? Non ci potrà rispondere.
A questo punto non potevo parlare per la commozione e gli ho fatto cenno di sì. Gli occhi lucidi, non sapevo cosa fare. Benedetta allora mi ha abbracciato e Niccolò l'ha seguita. Siamo rimasti fermi per un po' e poi siamo passati ad altri giochi, come se nulla fosse successo.

Ciò che trovo veramente struggente nella morte è proprio questo, il fatto di sapere che non ci si potrà più scambiare uno sguardo, un abbraccio, una parola, neanche una volta sola, nemmeno per un minuto. E questa realtà tanto definitiva quanto semplice nella sostanza mi colpisce ogni volta come uno schiaffo.

Restano i ricordi - luminosi, caldi, intensi, ricordi in cui trovare risposte, conforto, una guida per l'azione, e sono certa che non ve ne mancheranno.
Dalle righe che ho appena letto capisco che la saggezza dolcissima dei suoi gesti resterà sempre al vostro fianco. Un abbraccio a te, roomie, a Riccardo, alle bimbe e a tutta la vostra famiglia.

In ricordo di nonno Iliano

Nonno Iliano è mancato il 29 marzo. Abbiamo scritto alcune righe per ricordarlo. Soprattutto per far uscire il dolore, dargli forma, dargli parola. Ci ha aiutato molto.

"Quanta silenziosa saggezza abitava la tua vita!
Di una casa, eri solito dire, la cosa più importante di tutte sono le fondamenta. Naturalmente sapevi cogliere anche l’estetica di una costruzione, ma il tuo sguardo riusciva ad andare oltre l’apparenza, sapevi che fondamenta e muri solidi sono la cosa essenziale, che ad esse l’intero edifico deve la sua esistenza e la sua durata, che la qualità sta tutta lì. Poi viene tutto il resto. E ogni volta che sentivo queste tue parole mi veniva in mente una pagina di Goethe.
Il lavoro del muratore è destinato a rimanere nascosto. Le fondamenta eseguite secondo le regole vengono sotterrate; anche dei muri, una volta eseguiti, non si ricorda più nessuno. Altri, chi in seguito decora l’esterno della casa, chi la colora, chi la arreda, si appropriano dell’opera. Il muratore deve trarre la sua soddisfazione dalla coscienza di aver fatto bene il proprio lavoro. Anche tu sapevi di aver posto delle buone fondamenta, e non solo della casa che ci hai costruito.
Nonno Iliano, eri un instancabile lavoratore, quando ti fermavi, era per stare con i tuoi cari e quando lavoravi i tuoi pensieri erano sempre rivolti a loro.
Sapevi donare il tuo tempo come pochi riescono a fare. Quando le tue nipotine erano affidate alle tue cure, eri tutto per loro, nessun’altra occupazione ti distoglieva dal giocare con loro. Sapevi cogliere i loro caratteri, i loro stati d’animo, riuscivi a placare le loro bizze infantili con quella calma e con quella dolcezza che non ti abbandonava mai. Le tue mani così forti erano capaci di gesti di grande tenerezza.
Quando sono nate, andavi dicendo, raggiante, “Mi sembra di camminare tre metri sopra la terra”. Le amavi infinitamente. Ciò che hai donato, non andrà perduto.
Hai affrontato con coraggio e dignità la malattia. Mai una parola sul tuo soffrire, quel po’ di forza che ti era rimasta la conservavi per le piccole, per tenerle in braccio, per dar loro la merenda, anche se ti costava fatica. Ma non ce lo facevi pesare.
Una speranza incrollabile ti ha accompagnato fino alla fine, testimoniandoci una fede e un amore per la vita che abbiamo il dovere morale non solo di ammirare ma anche di far nostri.
Nonno Iliano, hai condotto una vita di sacrifici, ma sapevi alzare lo sguardo e godere delle cose belle e rimanere incantato con lo stupore di un bambino.
Ogni primavera, quando il nostro roseto è in fiore – un susseguirsi di rose dal colore nessuna uguale all’altra, un gioco cromatico di cui tu sei stato l’artefice – ecco, capitava spesso che ci bussavi alla porta, solo per dirci: “Avete visto le rose? Che spettacolo!”. Semplicemente, straordinariamente questo.
Nonno Iliano, c’è un tempo per amare, un tempo per soffrire, un tempo per ricordare. Verrà il tempo in cui i ricordi che ora ci rattristano si faranno leggeri come fili colorati con cui intrecciare la tela della nostra vita e di quelle che verranno dopo di noi.
La tenerezza dei gesti, il tempo donato, l’amore incondizionatamente vissuto. Alla fine è questo quello che resta."