Non è facile rispondere alle tue parole infervorate...
Mi ricordi un po' mia sorella che da quando è mamma insiste molto perché lo diventi anch'io.
In tutta onestà però non posso non dire che io non sempre mi ci vedo.
A volte sì, ma altre volte proprio no. Mi arrovello molto soprattutto per questo, perché nella mia mente e nel mio cuore il desiderio di un figlio non è così certo, così forte, così sicuro. È come un'onda che va e viene, e talvolta sono molto convinta del fatto che la mia vita sia bellissima com'è, nella libertà di chi non ha figli.
Poi ho alcune idee che mi passano per la testa. Ad esempio penso che chi vuole essere genitore deve saper accettare nel suo cuore la possibilità che il figlio possa nascere malato, possa ammalarsi, o che possa morire. E la maturità di accettare queste due cose io proprio non ce l'ho. A Teatro ho accanto un collega cui due anni fa è morto il figlio ventiseienne di leucemia e vedo ogni giorno il suo dolore silenzioso, vedo la frattura che non si rocomporrà mai. Certo, se tutti facessero questi pensieri la razza umana si sarebbe estinta. Eppure io non riesco a non farli, e mi chiedo anche se tutti siamo fatti per avere figli.
Comunque la tua la faccio leggere all'uomo e vediamo cosa dice
;-)
Domani parto per Cagliari e torno mercoledì prossimo...
Buone feste, un abbraccio stretto e a presto
f
giovedì 20 marzo 2008
Io ti ci vedo
Ti ringrazio del suggeriemnto letterario; cercherò Due partite dunque, e lo leggerò. Quanto al mio monologo, beh, se vuoi te lo mando, magari lo potrei mettere su questo blog (se solo sapessi come...;)
Ti penso spesso, sai, roomie, penso a quanto mi hai scritto sulle tessere mancanti. Credo che tu sia di fronte ad un dilemma difficilmente risolvibile, se le cose stanno davvero come me le hai descritte. Ma...le cose stanno davvero così? E' così ferma la decisione di Marco di non avere figli? Francamente mi è molto dificile immaginare i motivi che possano spingere una persona (un uomo, nello specifico) a prendere una decisione così drastica, così assoluta. Gli uomini che conosco in genere sono allettati dall'idea di avere dei figli. Che poi il loro contributo pratico al menage familiare si riduca notevolmente una volta nato il pargolo e una volta realizzata la fatica che crescere un figlio comporta, è un altro discorso. All'inizio il desiderio di diventare padri c'è. In alcuni è anche molto forte. Davvero non capisco, non riesco ad immaginare perchè una persona debba dire No ad un qualcosa che fa parte della nostra natura di esseri umani, perchè indissolubilmente legato alla vita. Forse azzardo, ma di fronte ad un rifiuto del genere mi vien da dire che non c'è amore per la vita. Ma non voglio giudicare, perchè non conosco Marco. Probabilmente questa sua chiusura ha a che fare con il suo vissuto.
Mi chiedo anche se Marco sia consapevole del sacrificio che ti chiede. E' chiaro da quanto mi scrivi che tu al contrario questo desiderio ce l'abbia. Non ti sfiora soltanto... ci pensi, ci soffri, cerchi in cuor tuo dei "surrogati". Attenta! Se a trentun'anni ti senti già "mancante", riesci ad immaginare cosa sarà fra dieci anni, quando non sarai più in condizione di scegliere?
Roomie, io ti vedo come mamma. Saresti una mamma anticonformista, intelligente, stimolante, arricchente, comprensiva e dolcissima.
Non è la stessa cosa lavorare nel sociale. Prendersi cura di un essere umano totalmente è completamente diverso da una generica "cura" verso i deboli. Prendersi cura di tutti è prendersi cura di nessuno. Per quanto nobile possa essere il tuo lavoro non implica una vera responsabilità.
Può essere splendido e può dare molte soddisfazioni, ma non è la stessa cosa.
Roomie, io ti vedo come mamma. E non lascerò cadere qui il discorso.
Un forte abbraccio
domenica 16 marzo 2008
Due partite
Roomie, quel monologo mi piacerebbe leggerlo.
:-)
All'essere donne, alla maternità e all'amicizia fra donne è dedicato un breve testo teatrale di Cristina Comencini che forse hai letto anche tu, Due partite. Un breve giro su internet mi dice che lo spettacolo tratto da questo testo è andato in giro per l'Italia due anni fa, interpretato da Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo. Quattro donne, e a 30 anni di distanza le loro quattro figlie si trovano e si confrontano apertamente su tante cose da donne... È un testo agile che si legge in un pomeriggio e che mi ha fatto pensare.
Da adolescente mi sono sentita fortemente di genere femminile, ho pensato insieme a te ai tanti maschilismi della nostra società e mi ci sono ribellata con forza. Eppure oggi non potrei dire che il mio essere quella che sono abbia davvero a che fare con il mio genere. Se essere donna è importante, non è tutto. E se provo solidarietà verso alcune donne, ne provo anche molta per alcuni...uomini. Non riesco più a trovare nel genere la determinazione di quello che faccio e di quello che sono, ecco. Ma temo che questo sia solo la manifestazione di un problema più generale, perché oggi ho difficoltà a riconoscermi in toto nella causa ecologista, nella causa politica, nel terzo settore. Tutte cose che nella mia vita hanno significato tanto e che oggi mi sgusciano fra le mani. Quelli che dovrebbero essermi vicini nelle idee spesso non lo sono e persone con cui in teoria non dovrei aver nulla in comune le sento vicine. Sono disillusa e intenta a rivedere ogni giorno le mie convinzioni, a valutare le persone che ho davanti per quello che sono e non per quello che dicono. In questa altalena di confusioni cerco di mantenermi salda nei miei principi, che nessuna chiesa e nessun partito mi prescrivono e nessuno, se non io, controllo. Non so bene perché sto scrivendo tutto questo e neanche dove voglio arrivare... mi scuserai, spero.
È stato un fine settimana di tanti pensieri.
:-)
All'essere donne, alla maternità e all'amicizia fra donne è dedicato un breve testo teatrale di Cristina Comencini che forse hai letto anche tu, Due partite. Un breve giro su internet mi dice che lo spettacolo tratto da questo testo è andato in giro per l'Italia due anni fa, interpretato da Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Massironi e Valeria Milillo. Quattro donne, e a 30 anni di distanza le loro quattro figlie si trovano e si confrontano apertamente su tante cose da donne... È un testo agile che si legge in un pomeriggio e che mi ha fatto pensare.
Da adolescente mi sono sentita fortemente di genere femminile, ho pensato insieme a te ai tanti maschilismi della nostra società e mi ci sono ribellata con forza. Eppure oggi non potrei dire che il mio essere quella che sono abbia davvero a che fare con il mio genere. Se essere donna è importante, non è tutto. E se provo solidarietà verso alcune donne, ne provo anche molta per alcuni...uomini. Non riesco più a trovare nel genere la determinazione di quello che faccio e di quello che sono, ecco. Ma temo che questo sia solo la manifestazione di un problema più generale, perché oggi ho difficoltà a riconoscermi in toto nella causa ecologista, nella causa politica, nel terzo settore. Tutte cose che nella mia vita hanno significato tanto e che oggi mi sgusciano fra le mani. Quelli che dovrebbero essermi vicini nelle idee spesso non lo sono e persone con cui in teoria non dovrei aver nulla in comune le sento vicine. Sono disillusa e intenta a rivedere ogni giorno le mie convinzioni, a valutare le persone che ho davanti per quello che sono e non per quello che dicono. In questa altalena di confusioni cerco di mantenermi salda nei miei principi, che nessuna chiesa e nessun partito mi prescrivono e nessuno, se non io, controllo. Non so bene perché sto scrivendo tutto questo e neanche dove voglio arrivare... mi scuserai, spero.
È stato un fine settimana di tanti pensieri.
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