Quando è morto mio padre i bimbi di mia sorella avevano 3 e 6 anni.
Adoravano mio padre e ne erano del tutto ricambiati: anche lui sapeva seguirli passo passo con una pazienza, una dolcezza e una sensibilità che anche allora, pur non immaginando che tutto sarebbe finito tanto presto, trovavamo commoventi.
Non c'era cosa che i bambini, per quanto piccoli, non potessero fare: lui erà lì a guidarli, seguirli, aiutarli perché potessero realizzare tutto quello che desideravano. A poco più di un anno di età, ad esempio, Niccolò ha imparato a salire e scendere le scale della casa dei miei (e solo quelle!) tenendosi al corrimano, sotto i nostri occhi impazienti... eppure grazie agli insegnamenti del nonno non è mai caduto.
È stato difficile spiegare ai bambini quanto era successo. A questo riguardo mi viene in mente una cosa che non penso di aver mai raccontato a nessuno e della quale sono quasi certa di essere l'unica depositaria, proprio perché Niccolò e Benedetta erano piccoli e non credo ne abbiamo tenuto memoria.
Era passato un mese o poco più e io ero molto indaffarata con le pratiche di chiusura dello studio legale. Un pomeriggio che ero a casa è venuta mia sorella e ho portato i bimbi a giocare in mansarda.
Niccolò ha visto un telefono staccato, poggiato su un tavolo, e guardandomi con un sorriso mi ha detto:
Zia, nonno è in cielo, vero? Non possiamo vederlo, lo so, perché è molto lontano, ma forse gli possiamo telefonare da qui, con questo telefono. Cosa ne pensi, zia? Lo chiamiamo?
All'inizio ho pensato di assecondarlo nel gioco e gli ho detto sì, ma il numero lo sai?
E lui mi ha risposto che il numero, sicuramente, doveva essere quello del suo cellulare, ma mentre pronunciava queste parole lui stesso ha capito che non poteva essere così. Allora mi ha guardato con occhi enormi e mi ha detto: zia, noi possiamo parlargli ma nonno non ci potrà più sentire, vero? Non ci potrà rispondere.
A questo punto non potevo parlare per la commozione e gli ho fatto cenno di sì. Gli occhi lucidi, non sapevo cosa fare. Benedetta allora mi ha abbracciato e Niccolò l'ha seguita. Siamo rimasti fermi per un po' e poi siamo passati ad altri giochi, come se nulla fosse successo.
Ciò che trovo veramente struggente nella morte è proprio questo, il fatto di sapere che non ci si potrà più scambiare uno sguardo, un abbraccio, una parola, neanche una volta sola, nemmeno per un minuto. E questa realtà tanto definitiva quanto semplice nella sostanza mi colpisce ogni volta come uno schiaffo.
Restano i ricordi - luminosi, caldi, intensi, ricordi in cui trovare risposte, conforto, una guida per l'azione, e sono certa che non ve ne mancheranno.
Dalle righe che ho appena letto capisco che la saggezza dolcissima dei suoi gesti resterà sempre al vostro fianco. Un abbraccio a te, roomie, a Riccardo, alle bimbe e a tutta la vostra famiglia.