Ultimamente mi capita di leggere o ascoltare parecchi interventi sulla maternità da parte di scrittrici, giornaliste e registe di successo.
Nota comune delle loro riflessioni, sempre molto interessanti, sull’argomento, è l’aver messo in luce come la maternità, nella scrittura in particolare, sia stata considerata per lungo tempo un tabù. Non se ne parla, non se ne scrive. Come se le donne avessero avuto il timore, o il pudore, di affrontare temi quali la gravidanza, il parto, il puerperio. E adesso, giunte magari tardi alla maternità, con una consapevolezza ed una maturità assai maggiori rispetto ad una volta, si trovano nell’impossibilità di non dire, nell’impossibilità di non scrivere di questa esperienza forte, per certi versi drammatica e comunque sempre turbante. E’ come se più voci femminili, più autrici avessero deciso, inconsapevolmente o meno, di dare parola alla madre, liberandola da miti e luoghi comuni e ridandole un posto e un significato di tutto rispetto.
Quando è nata Sofia, durante il suo primo anno di vita, ho scritto un monologo teatrale sull’esperienza di diventare madre. Parlavo del disagio che si prova nel vedere e nel sentire il proprio corpo che si trasforma e deforma progressivamente durante i nove mesi di gravidanza, del dolore del travaglio, delle innumerevoli difficoltà che oggi una madre si trova ad affrontare nella solitudine della propria casa e del proprio ruolo. Ti assicuro che sono momenti duri. E non basta dire che comunque i bambini danno soddisfazioni, ti gratificano, ecc. La fatica rimane. E improba. E poi rimane il fatto che non hai più tempo per te stessa, che non sei più libera come prima di uscire, di andare al cinema, a teatro, ad una conferenza. Non sei più libera di sdraiarti a letto quando sei stanca o magari stai male, perchè le creature ti reclamano sempre. Sempre. Indifferenti ai tuoi stati d'animo, ai tuoi malesseri, alla tua stanchezza.
E poi non dormi. Ti svegliano nel cuore della notte e tu devi camminare per riaddormentarle, devi stringerle a te e coccolarle per calmarle quando stanno male o hanno fatto un brutto sogno o semplicemente vogliono la tua vicinanza. E tu, quando ciò si verifica da anni, quando le tue notti sono come una fetta di formaggio groviera, piene di buchi e di veglie massacranti, comprendi perchè certi regimi totalitari includano il non lasciar dormire tra i metodi di tortura.
A volte ce la fai a rimanere calma, a volte ti sale addosso un'onda di rabbia e pensieri terribili. Poi la mattina li scordi. Ma intanto li hai avuti. Li hai avuti tu come molto probabilmente li ha avuti tua madre e ce li hanno tutte le madri del mondo. Tuttavia non lo si dice, non lo si deve dire. Lo si dice timidamente ad un'amica, madre anche lei, perchè forse, anzi sicuramente ti capisce. Ma una madre non lo dirà mai, mai, ai propri figli. Una madre non dirà mai ai propri figli quale fardello sono stati per lei, non parlerà mai della fatica, della fatica vera, fisica e psichica. Tenderà una mano, comprensiva, quando la propria figlia diventerà a sua volta madre, ma solo quando ormai la frittata è fatta. Nessun avvertimento, prima.
Siamo destinate a scoprirlo sulla nostra pelle, sui nostri nervi.
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