mercoledì 23 aprile 2008

Mare in tempesta

Ieri è stata una giornata da dimenticare.
Di quelle in cui ti accorgi crudamente che dentro di te abita un animale cattivo, che impersona tutti i tuoi peggiori istinti. Vedevo tutto nero. La mia vita, le mie figlie, il mio matrimonio, il mio lavoro, il mio studio. Tutto pareva non avere un senso. Tutto pareva venire cancellato da un’ondata di rabbia verso me stessa. Un’ondata di melma nera e catramosa che mi invadeva corpo e anima e finiva per annientare ogni cosa, per soffocare ogni più flebile tentativo di resistenza da parte mia. Qualcosa aveva fatto risvegliare una belva dentro di me, quella belva che sonnecchia la maggior parte del tempo, oppure, più realisticamente, rosicchia, rosicchia in continuazione, impedendomi la serenità, rovinandomi il riposo, guastandomi le gioie. E cosa ancor peggiore, non ero in grado di esercitare il minimo controllo su queste mie emozioni distruttive. Lasciavo che straripassero all’esterno, incurante dei danni che avrebbero provocato a chi, di tutto ciò, non ha nessuna colpa. Così mi sono lasciata sorprendere dallo sguardo di Sofia mentre inveivo come un’ossessa contro Riccardo o, più semplicemente, contro me stessa. Come può lei capire? Che mezzi ha per comprendere uno sfogo di rabbia della propria madre? Forse registrerà questo momento nella sua mente di bambina, registrerà nella memoria le smorfie del mio viso, il timbro alterato della mia voce, incrinata dalla rabbia, qualche mozzicone di frase per lei priva di significato. Nient’altro, per ora. Forse un giorno riuscirà a darsene una spiegazione, come del resto ho cercato di fare io, una volta adulta, con le scenate che faceva mia madre.
E’ orribile pensare che fai tutto questo alle persone che dovresti amare di più al mondo, alle figlie che hai messo al mondo e a cui dovresti dare sempre il meglio di te stessa. E ti senti, inevitabilmente, una cattiva, una cattivissima madre.
Cerchi di rimediare, leggi loro un libro con enfasi e partecipazione, prepari una merenda, cerchi di essere affettuosa nel cambiarle, nel dar loro da mangiare, nel portarle a letto. Pensi che quei gesti di affetto "tardivo" sono solo delle pezze, messe lì a coprire quel tuo dolore, quella tua verità di cui è bene non se ne accorgano.
Poi il giorno dopo, dopo aver dormito malissimo perché sei stata sveglia praticamente ogni ora a causa della tosse di una di loro, pensi che la stanchezza gioca veramente brutti scherzi. Ti dici che è dura per tutti i genitori e non solo per chi lo è, che il destino è quello che ci creiamo con le azioni di ogni giorno, che puoi recuperare, che non devi fare confronti con gli altri, che non ti devi far paralizzare dai brutti pensieri. Che un giorno vedrai i risultati di tutti i tuoi sforzi di oggi.
Magre consolazioni. Adesso ho solo un gran mal di testa.
Volevo scriverti anch’io delle elezioni politiche, dell’ambiente, di Report e delle inchieste sul cibo inquinato, temi che ultimamente mi interessano, ma come vedi, ho ceduto al personale. E’ che a volte hai bisogno di dar voce a quello che senti più dentro.
E’ un’urgenza che non puoi posticipare.
E’ un modo per darsi un po’ di pace.
Per alzare bandiera bianca.
Per chiedere una tregua.
Forse fra qualche tempo cancellerò questo post.

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