sabato 13 dicembre 2008

Razionalizzando e ascoltando poesie di Buttitta

Non so se il pensiero frequente alla morte sia entrato nella mia mente con la morte di mio padre o fosse lì da prima, ma tant'è: mi accorgo di pensarci spesso e in tanti termini - come sprone a vivere intensamente e a lasciare una qualche traccia dietro di me, come stimolo a dimostrare il mio amore a Marco in ogni gesto, e naturalmente come paura atavica e irrefrenabile che mi sveglia talvolta la notte e mi lascia muta.

Razionalizzando un meccanismo inconscio mi rendo conto che il mio cervello ha trovato un modo curioso di aggirare l'angoscia ingestibile legata al pensiero di perdere le persone care. È questo: semplicemente, nella mia mente le persone si dividono in due categorie, le mortali e le immortali. Nel senso che chi è malato o molto anziano è fra quelli la cui morte futura il cervello accetta, sopporta e comprende. Mentre chi sta bene e ha un potere fondante nella mia vita, chi mi dà stabilità e certezze e non ha problemi di salute sta al di qua del fosso. È come se il pensiero della morte andasse ogni volta ri-accettato, ridiscusso persona per persona, in una sorta di strana trattativa fra il razionale e l'irrazionale.
Oggi per me sono immortali: mia madre, la mamma di Marco, mio zio Checco, e naturalmente tutte le persone più giovani, Marco, tu, mia sorella...
Di queste eventuali morti future il mio cervello non intende occuparsi.
Ed ecco perché quando invece questa sua strana infondata certezza viene scossa dall'esterno (ad esempio perché lo zio Checco viene portato il ospedale per un sospetto ictus) passo dei minuti in cui mi manca l'aria e non riesco a trattenere le lacrime. Momenti di totale spiazzamento che non so gestire, se non sperando che in qualche modo passino presto - benedetto lavoro, qui, il miglior "distrattore" che abbia mai avuto.
Tutto questo l'ho capito ieri e lo scrivo per esorcizzarlo.
Come se non bastasse siamo andati al Teatro Biondo, ieri sera, per il secondo spettacolo dell'abbonamento che abbiamo fatto quest'anno (qui andrebbe aperta una parentesi ma per ora lasciamo stare, ti racconto la prossima volta l'atmosfera del Teatro, la sensazione di stare sul palcoscenico che viene dall'aver scelto un palco di proscenio eccetera eccetera...deformazioni professionali).
In scena Pino Caruso, notissimo attore palermitano, ormai molto anziano e alle prese con le poesie di Ignazio Buttitta, il poeta dialettale siciliano forse più noto del '900, stranamente tradotte in italiano - e per questo, per me, per la prima volta davvero forti, intense, profonde. Poesie che parlavano di morte, dell'essere anziani, delle ingiustizie del mondo... poesie, lo capisco per la prima volta, bellissime.
Buttitta era famoso per recitare in piazza e trascinare le folle, ovunque andasse. Ho cercato su internet le parole che ho sentito ieri e che hanno scavato come acqua sulla roccia nelle mie certezze e non le ho trovate. Ho trovato però questa poesia che mi sembra comunque meritare una lettura - specialmente grazie alla benedizione della traduzione italiana. Perché la poesia dialettale ha un potere grande di coinvolgimento, ma solo verso chi quel dialetto lo sente da quando era bimbo... la mia lingua è l'italiano e solo in italiano, finalmente, Buttita l'ho sentito.
Un abbraccio

Si mori dui voti
Si muore due volte
di Ignazio Buttitta

Li paroli boni
cari e umani
custanu nenti
e non sacciu pirchì
l'omini li sparagnanu.

Li paroli di cunfortu
ca medicanu u duluri,
e dunanu tempu o cori d'abbacari
e a menti di ripusari,
nni quagghianu nte vucchi
e nn'agghiuttemu amari.

La buntà,
c'agghiorna i facci
e pitta arcubaleni
nto celu di l'occhi,
l'ammucciamu nte negghi
prima di nasciri.

E nn'avemu bisognu
io e vuàtri
ca criditi u pueta
un dumanneri di pezzi vecchi;
mentri cusi mantelli cilesti
chi manu di matti
pi quadiari u munnu.

Tutti nn' avemu bisognu,
comu a terra malata
c'addimanna acqua
cu a gula sicca:
comu u celu
c'ammustra a facci lavata
e stenni linzola
si lu ventu stramina li negghi.

Ed è inutili strinciri i denti
e attirantari li vrazza;
u marusu acchiana u stissu,
arrivota l'unni,
sbatti nte scogghi du pettu.

Basta na taliata
a li voti,
na magia di l'occhi,
na sbuccata du cori
p'arrivisciri un mortu chi chianci.

L'omini u sannu,
sannu parrari
cu cori nta l'occhi
e non lu fannu:
l'usanu pi ngannari,
pi cuvari odiu,
pi chiantari furchi.

Parru cu cori prenu
e cu scantu chi sgravassi
i me dogghi di pirsiguitatu,
di diavulu nta chesa,
d'agneddu scannatu;
di ugnati
nte carni tenniri di picciriddu
ed arrappati d'oggi:
u feli m'acchiana a vucca!

Ed è pi tantu disfiziu
si sacciu sulu chianciri e sfardari
sti fogghi di carta
ca sunnu bianchi
e mi pàrinu nìvuri;
si cercu cunsolu
nta n'aceddu chi canta,
(poviru Saba!)
nta un cani chi m'aspetta;
nta na parola d: amuri
rubata o ventu,
caduta du celu,
piscata nto funnu du mari.

Non mi diciti
chi tuttu è pirdutu,
vi pregu;
si mori dui voti.

Aspittati dumani,
dumani,
ogni ghiornu, dumani!

In italiano

Le parole buone
care e umane
costano niente
e non so perché
gli uomini le risparmiano.

Le parole di conforto
che medicano il dolore,
e dànno tempo al cuore di calmarsi
e alla mente di riposare,
cagliano nelle bocche
e l'inghiottiamo amare.

La bontà,
che fa giorno sui volti
e pitta arcobaleni
nel cielo degli occhi,
la nascondiamo nelle nubi
prima di nascere.

E ne abbiamo bisogno
io e voi
che credete il poeta
un accattone di stracci;
mentre cuce mantelli celesti
con le mani di madre
per riscaldare il mondo.

Tutti ne abbiamo bisogno
come la terra malata
che implora l'acqua
con la gola secca:
come il cielo
che mostra la faccia lavata
e distende lenzuola
se il vento dissemina le nubi.

Ed è inutile stringere i denti
e irrigidire le braccia;
il maroso sale lo stesso,
rovescia le onde,
sbatte sugli scogli del petto.

Basta uno sguardo
talvolta,
una magia degli occhi,
una sboccata del cuore
per risuscitare un morto che piange.

Gli uomini lo sanno,
sanno parlare
con il cuore negli occhi
e non lo fanno:
li usano per ingannare,
per covare odio,
per piantare forche.

Parlo con il cuore gravido
e con la paura che si sgravi
delle mie doglie di perseguitato,
di diavolo in chiesa,
di agnello scannato;
di unghiate
nelle carni tenere di fanciullo
e rugose d'oggi:
il fiele mi sale in bocca!

Ed è per tanta amarezza
se so solo piangere e stracciare
questi fogli di carta
che sono bianchi
e mi sembrano neri:
se cerco consolazione
in un uccello che canta,
(povero Saba!)
in un cane che mi aspetta;
in una parola d'amore
rubata al vento,
caduta dal cielo,
pescata nel fondo del mare.

Non mi dite
che tutto è perduto,
vi prego:
si muore due volte.

Aspettate domani,
domani,
ogni giorno, domani!

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