Da ogni lato ci fanno capire che non è il caso di lanciarsi in voli pindarici eccessivi...bisogna tenersi bassi perché per qualunque cosa tu voglia fare non ci sono i fondi, c'è solo la crisi.
A teatro, dove l'economia è arrivata a sindacare sulla cancelleria che utilizziamo (come se uno chiedesse una nuova penna perché pensa di farne chissà che e non semplicemente perché la precedente l'ha consumata), questo discorso è diventato tanto forte da farci scordare il senso del nostro lavoro: fare cultura, prima che fare biglietti o risparmi, fare cultura porco cane.
E questi giorni in mezzo a tante idee elettrizzanti soffro particolarmente di questo modo di ragionare. Ecco un testo che mi è piaciuto in particolare. E torno a scrivere riflessioni e pensieri sulle lezioni che abbiamo avuto ieri. Un bacio grande roomie
:-)
(Why the arts matter) di John Tusa, 1996
Le arti contano, non certo per ragioni strumentali,ma perché sono universali;
perché sono non materiali;
perché si misurano con l’esperienza quotidiana in un altro modo;
perché trasformano il nostro sguardo sul mondo, proponendone interpretazioni differenti;
perché serbano il legame col nostro passato e ci schiudono le porte del futuro;
perché agiscono al di fuori delle categorie ordinarie;
perché ci proiettano oltre noi stessi;
perché creano ordine nel disordine e smuovono ciò che stagna;
perché offrono una esperienza condivisa invece di una solitaria;
perché invitano l’immaginazione e sfidano il vuoto di senso;
perché regalano bellezza e costringono a confrontarsi con lo squallore;
perché prospettano spiegazioni, non soluzioni;
perché annunciano visioni di integrazione piuttosto che di disintegrazione;
perché ci impongono di riflettere sulle differenze tra il bene e il male, il vero e il falso.
Le arti contano perché racchiudono,esprimono e definiscono l’anima di una civiltà.
Un Paese senza arte smetterebbe di interrogarsi e di sognare;
non avrebbe né interesse nel passato né curiosità sul futuro.
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