In questa settimana pigra di poco lavoro ho ricevuto diverse visite gradite in ufficio e ho fatto da anfitrione in teatro con un certo divertimento. Oggi aspettavo la visita di Rino - è un ragazzo di Marsala, amico di amici, che lavora agli Uffizi a Firenze e scrive poesie. È una persona particolare, viva, dolce e intelligente e anche se ci vediamo molto di rado è sempre un piacere incontrarlo. Ieri mi ha detto che sarebbe venuto con sua sorella e io mi sono preparata a portarli in esplorazione di ogni angolo del mio Teatro.
Sono arrivati e sono scesa, ho salutato Rino e guardando sua sorella ho avuto una sensazione spiacevole, istintivamente malevola, orrenda, che spero con tutte le mie forze sia passata inosservata - perché sua sorella, non so se esistano modi più politically-correct di dirlo, è nana. Mi sono quasi sentita "tradita", per un attimo, per non essere stata "avvertita" della cosa, come se Rino avesse dovuto prepararmi a questo incontro. L'ho pensato e l'ho pensato con forza, come fosse un diritto ricevere un avviso formale: attenzione, persona non-conforme agli standard fisici medi in avvicinamento. Predisporre le misure di sicurezza adeguate.
È durato un secondo, ma c'è stato. E mi sono sentita così spregevole, una persona così schifosa e marcia che mi sarei picchiata da sola. Perché fai tanto per essere aperta, per capire, per non coltivare il pregiudizio e poi capita una cosa così e tu hai un secondo in cui ti vengono questi pensieri orrendi che non sai dove si nascondessero sino ad allora e perché mai il tuo cervello possa averli formulati.
Ho cercato di essere affettuosa e disponibile sentendomi in colpa e con l'unica speranza che questo secondo orribile non sia stato percepito da chi ne è stata vittima.
:-(
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